Visita in Canada su welfare e previdenza sociale

Fucsia Nissoli FitzGerald invita la Comunità italiana di Montreal ad un Convegno dal titolo “Quale welfare per gli italiani del Nord America? La previdenza sociale a cavallo tra due mondi”.

Il Convegno, tenutosi il 29 ottobre prossimo, presso il “Centro Leonardo da Vinci”, introdotto dall’on. FitzGerald Nissoli, dall’Ambasciatore italiano in Canada, Gian Lorenzo Cornado, dal Console Generale, Enrico Padula, e dal Presidente del Comites, Giovanna Giordano, vedrà la partecipazione del dott. Giuseppe Conte (Direttore D.C. Convenzioni Internazionali e Comunitarie – INPS), del dott. Salvatore Ponticelli (Vicario D. C. Convenzioni Internazionali e Comunitarie – INPS), dell’On. Pierpaolo Vargiu  e dell’On. Salvatore Matarrese.

“L’obiettivo – ha detto Nissoli – è quello di fare il punto sulla situazione della previdenza italiana in Canada e di attivare un confronto tra le Istituzioni, gli operatori e i diretti interessati al tema della previdenza. Infatti, dopo le relazioni vi sarà un dibattito, moderato da Giovanni Rapanà, in cui i dirigenti INPS potranno dare adeguate risposte ai domande del pubblico”. “Ringrazio di cuore il Comites – ha proseguito Nissoli per aver divulgato la notizia tra la Comunità e sono convinta che il confronto sarà fruttuoso sia sul piano istituzionale che operativo”.

Medici fiscali INPS: no a nuovi bandi per esterni

INTERROGAZIONE SCRITTA

VARGIU – Al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, al Ministro dell’Economia e delle finanze e al Ministro della Funzione Pubblica  – Si chiede di sapere – premesso che:

la Legge 3 Agosto 2009 n. 102 individua l’INPS come è l’Ente Pubblico deputato al processo di gestione dell’invalidità civile;

l’articolo 20, comma 2, del decreto legge n. 78/2009, convertito dalla legge n. 102/2009, a seguito della modifica introdotta dall’articolo 2, comma 159 della legge n.191/2009 e da ultimo dall’articolo 10, comma 4, del decreto legge n. 78/2010, recante “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica”, convertito con modificazioni dalla legge n. 122/2010, dispone che: “(…) per il triennio 2010/2012 l’INPS effettua, con le risorse umane e finanziarie previste a legislazione vigente, in via aggiuntiva all’ordinaria attività di accertamento della permanenza dei requisiti sanitari e reddituali, un programma di 100.000 verifiche per l’anno 2010 e di 250.000 verifiche annue per ciascuno degli anni 2011 e 2012 nei confronti dei titolari di benefici economici di invalidità civile”.

con D.L. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114 si registra il passaggio di competenza dalle ASL all’INPS in materia di “accertamento sanitario di revisione (art. 25, comma 6-bis), di accertamento delle condizioni sanitarie per le prestazioni erogabili agli invalidi maggiorenni già minori titolari d’indennità di frequenza (art. 25, comma 5) e di semplificazioni per le prestazioni economiche erogabili agli invalidi maggiorenni già minori titolari di indennità di accompagnamento o di comunicazione (art. 25, comma 6);

già dal 2012 la Corte dei conti , ai sensi dell’articolo12 della legge 21 marzo 1958 n. 259, ha individuato con propria determinazione n. 101/2013 (Determinazione e relazione della sezione del controllo sugli enti sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria dell’INPS per l’esercizio 2012): “(…) l’ inefficacia delle scelte procedurali operate e del massiccio ricorso a medici esterni convenzionati, che mette a rischio le capacità di governo del settore da parte dell’Ente” e che: “(…) come già esposto nei precedenti referti, per assolvere i nuovi e sempre più numerosi compiti in materia di invalidità civile, si è reso indispensabile per l’INPS il ricorso ai servizi di medici esterni convenzionati, con un conseguente maggiore onere”;

sempre attraverso la Determinazione 101/2013, la Corte dei Conti ha rilevato come:  “(…) dal 2008 al 2012 i carichi di lavoro dell’area medica sono aumentati di oltre il 130% (in termini di produzione omogenizzata),  a fronte di una sempre maggiore riduzione tanto delle dotazioni organiche che della consistenza”;

la stessa Corte dei conti ha inoltre avuto modo di constatare come, nonostante l’autorizzazione ottenuta nel 2010, l’INPS: “non abbia mai attivato le procedure concorsuali che avrebbero consentito l’assunzione di 48 medici”;

già dal 2009, si sono succeduti diversi bandi di reclutamento per medici “esterni” a contratto fino ad ora annuale per sopperire alle necessità dell’ente in ordine ai carichi di lavoro ordinario, relativi all’attuazione, dal 1° gennaio 2009 al 31 dicembre 2009, da parte dell’INPS, di un piano straordinario di 200.000 accertamenti di verifica (sanitaria e reddituale) nei confronti dei titolari di benefici economici di invalidità civile, cecità civile e sordità civile (circolari nn. 77 del 21 luglio 2008 e 26 del 23 febbraio 2009) come previsto dall’ articolo 80 della legge 133/2008 di conversione, con modificazioni, del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112;

la legge 191/2009, articolo 2, comma 159 (legge finanziaria 2010) ha esteso anche al 2010 il programma di ulteriori 100.000 verifiche nei confronti dei titolari di benefici economici di invalidità civile;

i medici interni dipendenti con contratto a tempo pieno ed indeterminato attualmente in servizio presso l’ente ammonterebbero a circa 300 unità, la maggior parte dei quali non giovanissimi, stante che l’ultimo concorso pubblico espletato dall’INPS risale al 1989;

con richiesta di disponibilità pressoché annuale, dal 2009 l’ente affida incarichi libero professionali a medici esterni a contratto (dal luglio 2014 sono stati individuati 1.191 medici) che espletano per conto dell’ente mansioni sostanzialmente assai simili a quelle svolte dai medici interni dipendenti, ovvero si occupano di medicina previdenziale e assistenziale, a condizioni contrattuali lesive della dignità professionale;

il decreto Legislativo 15 giugno 2015 n. 81 Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’articolo 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183, pubblicato in Gazzetta Ufficiale in data 24.6.15 recita che: “Dal 1° gennaio 2017 è comunque fatto divieto alle pubbliche amministrazioni di stipulare i contratti di collaborazione di cui al comma 1”;

secondo la normativa vigente e come ribadito dalle conclusioni dell’ Indagine conoscitiva sull’organizzazione dell’attività dei medici che svolgono gli accertamenti sanitari per verificare lo stato di salute del dipendente assente per malattia svolta dalla XII Commissione Affari sociali e conclusasi il 27 maggio 2014, i medici fiscali INPS di lista hanno la priorità ad effettuare le visite fiscali – :

1) se siano a conoscenza dei rilievi sollevati dalla Corte dei conti, contenuti nella determinazione 101/2013 e sostanzialmente rimasti lettera morta nelle azioni attuative;

2) se, anche alla luce di quanto disposto dal decreto Legislativo 81/2015, non ritengano opportuno avviare le procedure di stabilizzazione dei medici esterni  attualmente contrattualizzati dall’INPS, che prestano la propria opera in regime libero professionale già  dal 2009 e che svolgono mansioni analoghe a quelle dei medici interni dipendenti;

3) se siano a conoscenza dell’intendimento dell’INPS di esperire l’ennesimo bando per titoli (si tratterebbe del 4° bando a far data dal 2010!) per l’affidamento di incarichi, ancora una volta libero professionali, che decorrerebbero dal gennaio 2016, a tempo determinato e con retribuzione oraria, rivolto ancora una volta al reclutamento medici esterni a contratto, a cui affidare attività di istituto sostanzialmente sovrapponibili a quelle svolte dai medici dipendenti dell’ente previdenziale;

4) nella deprecabile ipotesi della reiterazione del bando per esterni da parte dell’INPS, quali iniziative intendano assumere per garantire che quanto meno siano specificati in modo chiaro, analitico ed inequivocabile non solo i criteri di valutazione dei titoli ai fini della redazione della successiva graduatoria di merito, ma anche le mansioni che verrebbero attribuite al personale selezionato.

Mozione Vargiu su sostegno all’Africa e riduzione dei flussi migratori

MOZIONE SOSTEGNO ALL’AFRICA E RIDUZIONE DEI FLUSSI MIGRATORI

 

La Camera,

premesso che:

dal rapporto della Banca Mondiale (The World Bank: Global Economic Perspective, gennaio 2013) emerge un’Africa a doppia velocità: da una parte il Nord Africa, i cui Paesi investiti dalla primavera araba, dopo la brusca caduta del 2,4% del 2011, mostrano una crescita del PIL tra il 2% (Egitto e Tunisia) e il 3% (Algeria e Marocco). Dall’altra parte, l’Africa sub-sahariana che nel 2012 ha fatto registrare un tasso medio di crescita del PIL del 4,6% e dove il tasso stimato di crescita media per i prossimi anni si aggira intorno al 6%, grazie soprattutto all’alto prezzo delle risorse naturali, che continuano a far aumentare il valore delle esportazioni e alimentano il flusso degli investimenti esteri. Anche il tasso medio d’inflazione conferma la doppia velocità: il Nord Africa viaggia intorno al 5%, l’Africa sub-sahariana ha un valore doppio;

un ulteriore elemento che caratterizza, differenzia e condiziona pesantemente le economie sub-sahariane è la dipendenza dalla domanda cinese. Tale mercato rappresenta da solo circa il 50% delle esportazioni di metalli industriali e minerali (Zambia, Botswana, Namibia e Repubblica Democratica del Congo) ed è altresì la destinazione finale delle quote più rilevanti dei prodotti petroliferi (Angola e Sudan). La dipendenza dalla Cina è diventata sostanziale anche sotto il profilo dei flussi degli investimenti: la Repubblica Cinese movimenta circa un terzo del flusso netto di capitali nell’area (il FOCAC – Forum per la Cooperazione tra Cina e Africa – ha recentemente annunciato l’attivazione di una linea di credito di oltre 20 miliardi di dollari per lo sviluppo di infrastrutture, agricoltura e manifattura);

accanto a rischi interni (situazione politica) ed esterni (stabilizzazione dei mercati finanziari, ripresa economica nell’area dell’euro, caduta dei prezzi delle materie prime, aumento dei prezzi dei prodotti alimentari) condivisi, l’Africa sub-sahariana mostra dunque una specifica criticità: l’elevata dipendenza dalla domanda e dagli investimenti cinesi, la cui riduzione o, peggio ancora, il suo venir meno, produrrebbe un vero e proprio disastro economico e finanziario nelle economie della regione, con immediate conseguenze sulle stime di crescita economica e sui flussi migratori;

al di là di queste contrastanti valutazioni economico-finanziarie della Banca Mondiale e dei passi in avanti socio-economici registrati da alcuni Stati africani, il profondissimo divario tra gli standard di vita dei Paesi dell’Africa sub sahariana e quelli dei Paesi occidentali, insieme alle instabilità politiche e ai rischi bellici, costituisce ancora una delle motivazioni centrali dei flussi migratori che investono l’intera Europa;

e’ senz’altro apprezzabile, ma necessita di potenziamento, il cambio di passo del Governo italiano che, negli ultimi 18 mesi, ha fortemente rafforzato la sua azione nell’ambito della cooperazione internazionale e delle relazioni bilaterali con i Paesi dell’Africa Subsahariana

i dati del Ministero dell’Interno, aggiornati al luglio 2015, quantificano a 82.932 i migranti sbarcati nel 2015 in Italia attraverso il Mediterraneo, di cui: 20.392 dall’Eritrea; 9.619 dalla Nigeria; 6.966 dalla Somalia; 4.668 dal Sudan; 4.206 dal Gambia; 3.245 dal Senegal; 3.112 dal Mali, 1.854 dalla Costa d’Avorio; 4.953 dalla Siria; 2.697 dal Bangladesh e 1.220 da altre provenienze;

secondo i massimi esperti economici e dell’immigrazione, la povertà, i bassissimi standard sociali, sanitari e ambientali, l’instabilità politica e le guerre civili che contraddistinguono una vastissima area che va dall’Iraq alla Libia, nonché la forte disparità tra questi standard e quelli dei paesi occidentali, rappresentano storicamente i più potenti push factors (fattori attrattivi) delle migrazioni clandestine attraverso il Mediterraneo, indipendentemente dalle politiche contingenti di controllo delle frontiere, di contrasto agli sbarchi clandestini e di gestione dei flussi migratori. Conseguentemente, fintanto che non vi sarà un efficace impegno degli Stati più avanzati a ridurre quel gap, non verranno intaccate le cause profonde ed immanenti di uno dei più imponenti fenomeni migratori della storia;

tali fattori attrattivi non rappresentano un fenomeno ciclico, ma sono al contrario elementi strutturali di carattere planetario e per questo saranno destinati ad aggravarsi nei prossimi anni;

i fattori economico-sociali e di salute pubblica (longevità e aspettativa di vita, tasso di mortalità infantile, tasso di ospedalizzazione e di accessibilità alle cure, tasso di vaccinazione e di malattie infettive, tasso di alfabetizzazione ecc.) rappresentano, insieme ai fattori politici, gli indicatori statistici di “benessere” adottati come parametri internazionali di misurazione dello standard di vita di una popolazione;

in modo particolare, l’allungamento delle aspettative di vita – inteso sia in termini di bassi tassi di mortalità in età infantile o giovanile che come riduzione dei tassi di mortalità evitabile – costituisce l’indicatore imprescindibile che funge da specchio dello stato sociale, ambientale e sanitario in cui vive una collettività;

la speranza di vita alla nascita in molti Paesi dell’area sub-sahariana risulta fatalmente condizionata dal bassissimo rapporto medici/abitanti (mediamente 1:1000 e talvolta scivola a 1 ogni 30.000 – 40.000 persone), dallo scarso accesso alle terapie mediche, dalla scarsa disponibilità d’acqua (in alcune aree assolutamente ridotta: 200mc in Libia e Mauritania, 500 in Tunisia e Capo Verde, poco di più in Kenya, Algeria, Burundi, Botswana) e dallo scarso apporto nutritivo;

secondo i report statistici annuali OMS, confermati dal CIA World Factbook 2014, nei Paesi occidentali sviluppati un bambino nato nel 2012 può attualmente aspettarsi di vivere fino all’età di circa 76 anni, cioè 16 anni in più rispetto a un bambino nato in un paese di maggiore arretratezza (dove l’aspettativa è mediamente di 60 anni). Per le bambine, la differenza è persino maggiore: un divario di 19 anni separa l’aspettativa di vita nei paesi ad alto reddito (82 anni) da quella nei paesi a basso reddito (63 anni). Il gap è ancora più macroscopico in nove paesi dell’Africa sub-sahariana: Angola, Repubblica Centrafricana, Ciad, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Lesotho, Mozambico, Nigeria e Sierra Leone, dove l’aspettativa di vita, sia per le donne che per gli uomini, è tuttora inferiore ai 55 anni; o addirittura si attesta ai 50 nel Ciad, nella Guinea-Bissau e nello Swaziland; per salire ai 51 di Zambia e Somalia e ai 52 di Namibia e Nigeria;

un altro fattore fortemente impattante sulle aspettative di vita nei Paesi africani è rappresentato dalle malattie infettive (febbre gialla, colera, morbillo, AIDS, Evd, ecc.) e dalle patologie ad esse correlate che, secondo gli ultimi reports OMS, costituiscono ancora oggi la causa del 70% degli anni di vita persi dagli abitanti di quel Continente;

mentre i sistemi di controllo occidentali sono in grado di fronteggiare un eventuale caso di contagio (con protocolli di isolamento nei centri attrezzati degli ospedali), analoghe strutture e misure di allerta mancano completamente nei paesi dell’Africa sub-sahariana;

 

permane tuttavia il rischio che, in assenza di adeguati programmi di screening sanitario, le popolazioni di migranti possano introdurre o reintrodurre nei Paesi occidentali patologie infettive, anche sostenute da ceppi resistenti, assai subdole nella loro diffusione;

l’ultima “emergenza di salute pubblica a livello internazionale” dichiarata nel marzo 2014 dall’OMS in relazione alla malattia da virus Ebola (Evd), esplosa in Guinea, Liberia e Sierra Leone ed arrivata anche in Mali, Nigeria e Senegal è, in tal senso, emblematica della necessità di migliorare e potenziare la prevenzione direttamente in quelle aree geografiche ove originano tali epidemie ed ha messo in luce come l’unico vero strumento idoneo a contrastare le cicliche emergenze sanitarie di provenienza africana permanga in primo luogo un sistematico ed organico intervento sul posto, attraverso: forme di monitoraggio e cooperazione internazionale, di coordinamento con le autorità locali finalizzate al rigoroso rispetto dei protocolli sanitari per limitare il rischio di contagio, mediante l’allestimento e l’attivazione dei centri di isolamento negli ospedali; la messa a disposizione, anche attraverso la formazione professione degli operatori sanitari locali, di risorse umane specialistiche e di know-how (di cui il nostro Paese dispone con punte di eccellenza internazionalmente riconosciute); di fornitura di strumentazioni mediche di massima protezione (maschere FFP3, tute di sicurezza classe 3, termometri funzionanti a distanza) e così via;

nel 2014, il contributo italiano al Fondo globale per la lotta all’Aids, la tubercolosi e la malaria è stato di 1,049 miliardi di dollari (pari al 3,1% del totale) ed ha posto il nostro Paese all’ottavo posto tra i donatori mondiali. Un analogo segnale non è stato invece registrato in concomitanza alla recente emergenza Ebola. L’Italia infatti non risulta tra le nazioni che hanno contribuito maggiormente con risorse finanziarie a contrastare tale epidemia. In cima alla lista ci sono gli Stati Uniti con 750 milioni di dollari; la Banca Mondiale con 400 mln di dollari; il Regno Unito con 201 mln; la African Development Bank con 150 mln; la Germania con 130 mln; la Francia con 89 mln; il Canada con 57 mln; il Giappone con 40 mln; la Cina con 33 mln e l’India con 12 mln (Independent, 22 ottobre 2014);

la cronologia delle epidemie da Evd dal 1976 al 2012 (così come quella delle altre malattie infettive che trovano origine in Africa) ed il fatto che nei prossimi anni continueranno a susseguirsi con ritmo crescente gli sbarchi sulle nostre coste di immigrati e profughi provenienti dalle aree a maggior rischio epidemico, dovrebbe indurre il Governo e le nostre autorità sanitarie a tenere sempre alta la soglia di attenzione e prevenzione, non solo sul territorio nazionale ma soprattutto implementando il supporto specialistico ai sistemi di sanità pubblica dei Paesi africani;

il fenomeno degli sbarchi, dei flussi migratori e in genere la presenza sempre più strutturale e consolidata di immigrati nel nostro Paese genera una serie di paure non collegate solo all’aspetto sanitario sopra descritto, ma connesse alla percezione che l’immigrazione costituirebbe un “peso” per il nostro sistema di welfare ed in particolare per il sistema pensionistico italiano;

i dati ufficiali tenderebbero a smentire tale percezione: in Italia risiedono circa 5 milioni di immigrati regolari (il 9% della popolazione) che garantiscono il 12% del nostro PIL. La categoria di spesa su cui i costi per gli stranieri incide di più è quella carceraria (oltre un terzo della spesa totale destinata ai detenuti). In tutte le altre voci (istruzione primaria e secondaria, sanità, pensioni, disoccupazione, esclusione e protezione sociale), la spesa per gli stranieri non è mai superiore al 15% del totale (ISTAT 2011);

complessivamente, gli immigrati beneficiano di 15 miliardi di euro in servizi e prestazioni sociali, poco più del 3,4% sul totale della spesa pubblica considerata, questo anche perché, in termini assoluti, gli stranieri hanno un’età media inferiore della popolazione italiana che, al contrario, è portatrice di numerosi e diversificati bisogni di cura sanitaria, oltre che di richieste di prestazioni pensionistiche (Ricerca, Istituto Superiore della Sanità, della Fondazione ISMU-Istituto per lo studio della multietnicità e SIMM- Società Italiana di medicina delle migrazioni, 2013);

attualmente, l’immigrazione sta dunque fornendo un prezioso contributo al sistema pensionistico italiano e sta risanando la relazione tra lavoratori attivi e pensionati, oggi fortemente sbilanciata, in termini di numero di soggetti coinvolti, a favore dei secondi. Il contributo degli immigrati sul versante previdenziale è stato più che positivo: secondo i dati forniti dall’INPS nel 2011, i contributi versati dagli stranieri hanno raggiungo infatti i 9 miliardi di euro;

in definitiva, le conclusioni del V Rapporto Annuale del Ministero del lavoro “I migranti nel mercato del lavoro in Italia” di luglio 2015 dimostrano una realtà, sia pur nella sua complessità e dinamicità, molto diversa dalla percezione negativa dei cittadini con un trend che certifica come il lieve recupero occupazionale registrato nel 2014 sia da attribuirsi in gran parte alla manodopera straniera, anche in relazione alla vocazione da parte della popolazione immigrata a dare risposta ad esigenze del mercato del lavoro non considerate appetibili e conseguentemente non presidiate dai nativi italiani;

l’Italia, anche nel confronto con gli altri Paesi europei, continua a rappresentare un unicum. L’originalità del caso italiano è dato, in particolare, dalla presenza di un tasso di occupazione dei cittadini stranieri più alto di quello dei nativi, dalla presenza di trend dell’occupazione asimmetrici tra le diverse nazionalità (si contrae il numero di lavoratori italiani e cresce la platea dei lavoratori comunitari ed extracomunitari), dalla contemporanea crescita dell’occupazione, della disoccupazione e dell’inattività della popolazione straniera;

le complesse dinamiche del mercato del lavoro sono dunque in grado di orientare nuove riflessioni sui fenomeni migratori di questi ultimi anni al punto che, nel caso di alcune specifiche mansioni, per i cittadini stranieri è possibile parlare di indispensabilità, visto anche l’effetto compensativo che essi svolgono in alcuni settori sottoposti a robusti processi di erosione della base occupazionale;

la complessa situazione sopra descritta, sia in relazione all’inevitabile aumento della spinta migratoria proveniente dall’Africa sub-sahariana per il permanere di conflitti regionali sommati a storiche ed irrisolte situazioni di povertà e bassissimi standard di vita, che in relazione alla ben nota crisi economica in atto da anni nel mondo occidentale, di cui ha pesantemente risentito anche la stessa manodopera straniera residente in Europa e in Italia, rende oggettivamente limitato lo spazio politico di intervento da parte dei governi occidentali per rendere coerenti i flussi migratori alle reali possibilità di assorbimento e di integrazione nelle società più avanzate;

impegna il Governo

a intensificare gli sforzi strategici di collaborazione economico-commerciale con i paesi subsahariani già avviati, soprattutto favorendo la presenza di imprese italiane nei settori della grande distribuzione e delle infrastrutture, e promuovendo un miglior approvvigionamento delle materie prime per l’industria italiana in cambio di partenariati per la diffusione di know how per lo sviluppo locale;

a chiedere con forza il coordinamento europeo di tutte le politiche di gestione dell’emergenza immigrazione, che renda possibile la piena condivisione delle responsabilità e delle linee di intervento tra tutti i Paesi membri dell’UE;

a potenziare la propria azione di stimolo delle istituzioni internazionali verso nuove politiche di sostegno della crescita economica endogena, di pacificazione politica e sociale, di sviluppo della risposta sanitaria, che possano agire direttamente sui fattori di “spinta” e di “attrazione” all’origine della migrazione internazionale dai Paesi africani sub-sahariani verso i Paesi dell’area Ue/Eea;

a verificare che le linee economiche di intervento a cui partecipa attivamente il nostro Paese abbiano un effettivo impatto sulla correzione dei fattori strutturali che sono alla base dell’emergenza immigrazione;

ad avviare un’azione di studio sul sistema previdenziale italiano che consenta la valutazione dell’eventuale infungibilità del ruolo dell’immigrazione nella sostenibilità del complessivo sistema di Welfare del nostro Paese;

ad avviare un’azione di studio sulle carenze di offerta nel mercato del lavoro italiano che consentano di individuare l’entità e la specificità dei segmenti di domanda che possono ormai essere soddisfatti esclusivamente attraverso l’attività di compensazione esercitata dai flussi migratori;

a dedicare particolare attenzione ai programmi di miglioramento delle condizioni dell’organizzazione sanitaria nei Paesi dell’Africa sub sahariana, nella convinzione che i relativi indicatori rappresentino marker assai attendibili dello sviluppo economico, sociale e civile delle Nazioni interessate in odo prevalente dai fenomeni migratori;

ad avviare un programma nazionale italiano, che valorizzi il nostro know-how, le nostre competenze e la nostra tecnologia per favorire rapporti di collaborazione, anche bilaterale, finalizzati al miglioramento degli standard di salute pubblica in quelle aeree, al fine di contrastare in loco le cicliche emergenze sanitarie;

a sostenere le ONG e le organizzazioni internazionali che si pongano analoghi obiettivi di sviluppo della appropriatezza dei sistemi sanitari dei Paese dell’Africa sub sahariana;

a favorire iniziative dell’UE, con vincoli temporali chiari e obiettivi misurabili, rivolte a garantire l’autosufficienza sanitaria nei Paesi africani anche attraverso le seguenti azioni:

a) realizzazione di un sistema di formazione, istruzione continua e addestramento a favore degli operatori sanitari dei PVS, e di quelli sub sahariani in particolare, che utilizzi le competenze specialistiche italiane e i canali di collaborazione offerti dalle istituzioni internazionali, basato sull’esperienza e sulle best practices;

b) rafforzamento ed implementazione del coordinamento e del partenariato con le istituzioni e le autorità sanitarie locali, anche attraverso il potenziamento delle attività progettuali specifiche del Ministero della Salute, del MIUR e del Ministero degli esteri;

c) consolidamento dei livelli di aiuto e di assistenza tecnico-finanziaria a favore dei Paesi impegnati nella progettazione e/o nella modernizzazione dei propri sistemi sanitari;

d) progettazione e realizzazione di un sistema di accoglienza sanitaria e di screening sulle popolazioni di migranti che raggiungono il nostro Paese, che garantisca le migliori condizioni di sicurezza reciproca.

Affido familiare: accolto Odg Vargiu per potenziare il supporto economico e psicologico alle famiglie affidatarie

ODG ACCOLTO

2957 – Modifiche alla legge 184/1983, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare.

 

La Camera

premesso che:

l’istituto dell’affido è concepito come un istituto temporaneo il cui periodo di presumibile durata non può superare la durata di 24 mesi ed è prorogabile dal tribunale per i minorenni, qualora la sospensione dell’affidamento rechi pregiudizio al minore;

l’istituto in oggetto è concepito anche per essere uno strumento fondamentale di sostegno alle situazioni familiari caratterizzate da particolare criticità, con l’obiettivo di un ritorno nella famiglia di origine del minore, laddove si riconosca il diritto dello stesso a crescere nella propria famiglia;

l’istituto dell’affido rappresenta un sostegno straordinario e generoso posto in essere dalla famiglia che accoglie il minore in difficoltà e presta tutte le proprie risorse ed energie per un tempo limitato, per fiancheggiare situazioni di criticità con strumenti che aiutino a circoscriverle nel tempo;

nel corso degli anni, tuttavia, in materia di affido familiare si è andata configurando una situazione per cui l’affido è troppo spesso protratto ben oltre il citato limite temporaneo di 24 mesi e spesso si conclude con l’allontanamento definitivo dalla famiglia d’origine e la dichiarazione di adottabilità del minore, con conseguenze di potenziale compromissione del benessere del minore e con potenziali contraccolpi negativi anche sulla famiglia che ha prestato la propria attività di sostegno;

tale problematica, spesso alla ribalta della cronaca, impone un intervento sollecito ed efficace dello Stato – :

impegna il Governo

ad attivare tutte le misure rivolte a favorire la piena consapevolezza del ruolo delle famiglie affidatarie, potenziandone le linee di reclutamento e garantendo ogni necessario supporto psicologico ed economico, rivolto alla valorizzazione del loro imprescindibile lavoro;

ad attivare tutte le misure legislative e amministrative finalizzate a garantire la continuità affettiva del minore in affidamento con la famiglia d’origine e a potenziare gli strumenti di sostegno e recupero delle famiglie interessate da situazioni di temporaneo allontanamento, affinché venga garantito alle stesse un adeguato sostegno economico e sociale con l’obiettivo di valorizzare e tutelare in ogni modo il rientro del minore nella famiglia di origine.

VARGIU

Dichiarazione di voto mozione Vargiu per la tutela dei diritti dei consumatori del mercato energetico.

Intervento per dichiarazione di voto

Mozione Vargiu 1-00995 concernenti iniziative per la tutela dei diritti dei consumatori nei confronti degli operatori del mercato dell’energia elettrica e del gas.

Signor Presidente, colleghi, anche il gruppo di Scelta civica, per mio tramite, ringrazia l’onorevole Baldelli per avere opportunamente introdotto in Aula l’argomento che stiamo trattando, esprime consenso per la riformulazione della mozione di cui sono primo firmatario, così come è stata proposta dal Governo, e dichiara il proprio voto positivo rispetto alle mozioni su cui il Governo ha espresso – cioè tutte con riformulazione – il proprio parere favorevole.

Però vorremmo fare alcune sottolineature sul tema che sta arrivando in Aula, che sono sottolineature anche di apprezzamento del fatto che questo tema sia in Aula. Perché ? Colleghi, perché il tema che è stato portato è un tipico esempio di cattivo funzionamento nei rapporti tra il cittadino ed il gestore a cui vengono affidati, molto spesso in regime di monopolio, delle capacità importanti nel gestire risorse che sono considerate di utilizzo collettivo, e quindi di proprietà, o comunque di interesse, particolarmente elevato per le comunità di riferimento. Molte di queste attività sono, come voi sapete, opzionate, attivate e gestite in regime monopolistico.

Allora il tema che noi poniamo schematicamente è riassunto negli impegni finali della nostra mozione. Primo aspetto: la certificazione del titolo del gestore. Noi sappiamo che sempre più frequentemente i cittadini denunciano l’arrivo di bollette che non sono coerenti rispetto ai consumi che il cittadino stesso ritiene di aver effettuato. Questo non è un elemento secondario, perché agisce e si verifica in un sistema di asimmetria totale dei rapporti tra l’ente che produce la bolletta e il cittadino che la riceve, nel senso che la quantità di conoscenze, la quantità di elementi a disposizione da parte del cittadino e da parte dell’emittente la bolletta è ovviamente totalmente sproporzionata; e anche la qualità e la quantità degli strumenti di difesa con cui l’ente può tutelare la sua richiesta e con cui il cittadino deve invece tutelare la propria posizione è chiaramente sproporzionata e asimmetrica.

In un sistema di garanzie, regole e norme liberali è evidente che il piccolo deve essere tutelato da ogni attività di carattere prepotente e aggressiva da parte del gestore del servizio che, evidentemente, non ricorre al meccanismo elementare richiesto in ogni transazione commerciale, che è quello secondo il quale qualsiasi titolo di cui viene richiesto il pagamento deve essere certificato in modo chiaro, netto e inoppugnabile.

Secondo aspetto importante: i canali di comunicazione. Il cittadino che riceve una bolletta asimmetrica, per così dire, una bolletta che ritiene non coerente rispetto a consumi di beni essenziali che lui stesso avrebbe effettuato, ha necessità di avere una interfaccia collaborativa con cui riferirsi. Oggi i call center in cui sono articolati la maggior parte degli enti gestori rappresentano una specie di attività proteiforme indefinita con cui si scontra ogni volontà e capacità di richiesta del cittadino. Sfido chiunque di voi, nel caso in cui abbia da contestare una bolletta di un gestore pubblico o di cosa pubblica, a mettersi in contatto attraverso il sito web o il call center del gestore e ottenere una comunicazione normale, quella che comunemente si definisce one to one, invece che una comunicazione atipica, spersonalizzata, in cui è difficilissimo riuscire a verificare la correttezza del modo di procedere del gestore. Questo per il cittadino comporta, è stato ricordato anche da altri interventi, una spesa di tempo che qualche volta induce al doppio pagamento della bolletta fatturata, perché il doppio pagamento diventa paradossalmente una scorciatoia economica rispetto al tentativo di accertare l’effettiva certificazione del titolo con cui viene richiesto il pagamento.

Terzo problema. Spesso i gestori, per loro problemi interni di fatturazione si dimenticano di fatturare per diverso tempo. In Sardegna, ad esempio, ciò è accaduto con il gestore unico dell’acqua, in regime di monopolio, che si chiama Abbanoa, gestore pubblico. Ebbene, Abbanoa ha iniziato una revisione della propria fatturazione per cui ha inviato ad utenze industriali bollette molto alte e cospicue dal punto di vista economico. È evidente che in questo caso, non essendo colpa dell’utente il fatto che sia mancata la fatturazione per lungo tempo, quand’anche la fatturazione fosse corrispondente ai consumi realmente effettuati, esiste la necessità di un frazionamento del debito nei confronti dell’utente, in quanto non può essere che il debito venga considerato uno di quegli elementi inderogabili che magari portano al fallimento tante piccole aziende non in grado di corrispondere immediatamente il pagamento del debito.

Quarto punto: il ruolo e la valorizzazione dell’associazione dei consumatori. Oggi, la tutela dell’utente nei confronti del gestore non può essere individuale, perché gli strumenti a disposizione sono asimmetrici. Qualunque gestore ha nella sua disponibilità un ufficio legale con molti avvocati, mentre il singolo utente ha a disposizione soltanto la certezza che l’atto di cui gli viene richiesto il pagamento non sembri o non sia coerente rispetto ai consumi realmente effettuati. È evidente che a questo punto è necessario dare un peso diverso alle associazioni dei consumatori, ed è evidente che noi non possiamo semplicemente attendere l’intervento dell’autorità normalmente garante di questi mercati. Recentemente – parlo sempre del gestore idrico, perché è uno dei pochi che non sono stati focalizzati in modo altrettanto chiaro come quelli del gas e dell’energia elettrica nelle altre mozioni – il gestore idrico si è trovato in una situazione assolutamente analoga: agisce in regime di monopolio e normalmente gestisce una risorsa che, anche referendariamente, è stata sancita essere un bene pubblico. Quando il gestore agisce in regime di monopolio non può essere difeso esclusivamente da una autorità, ci si deve porre la esigenza di dare in mano all’utente delle normative che consentano a chiunque sia di piccole dimensioni di tutelarsi da chi ha posizioni dominanti sul mercato, siano esse acquisite in regime di ibero mercato o siano esse conseguite per effetto della volontà dei cittadini di mantenere nella gestione pubblica e nell’utilizzo pubblico beni considerati di pubblica utilità come l’acqua.

Quindi il tema che noi abbiamo voluto porre – ringrazio il Governo per la sua capacità di comprendere quali sono gli elementi che l’Aula ha tentato in tutti i modi di trasferire al Governo – è che esiste l’esigenza di una modifica della normativa, anche della normativa di legge oltre che di quella regolamentare, che agisca verso la tutela del consumatore singolo, verso la tutela delle associazioni dei consumatori e verso la capacità di dare alle associazioni dei consumatori la possibilità di costituirsi come enti di tutela di interessi diffusi. Questo è fondamentale, perché in tutti i mercati – lo ripeto – in cui si acquisiscono delle posizioni di dominanza, è interesse di chiunque abbia un minimo di cultura liberale avere bene in testa il fatto che la difesa del singolo consumatore non può più essere affidata al singolo consumatore, perché esiste un’asimmetria di strumenti di difesa che è tale per cui tale difesa non esisterebbe. Siccome io credo che sia – lo crediamo tutti noi che siamo iscritti al gruppo Scelta Civica – importantissimo che esista questo meccanismo di tutela del singolo consumatore, ringraziamo il Governo per quanto ha fatto accogliendo le mozioni e lo riteniamo impegnato nei passi successivi, che sono quelli di dare un sistema di norme, di regole e di garanzie che dia la massima certezza possibile di tutela al singolo consumatore.

Asilo Marina, uno sfregio venderlo! E’ carne viva di Cagliari. L’interrogazione al ministro Franceschini

L’ipotizzata vendita dell’Asilo della Marina sarebbe un vero sfregio alla memoria storica e all’identità della città.

L’Asilo della Marina che sarebbe all’asta per ripianare un debito di appena 237.000 euro, ospita la sepoltura della Beata Giuseppina Nicoli, ingloba storicamente pezzi della contigua Chiesa di Sant’Agostino ed è la testimonianza dell’attivita’ sociale delle suore vincenziane che, ancora oggi, operano in un quartiere difficile e multietnico, con mille povertà e sofferenze.
Nessuno più di me è convinto della necessità di mettere a reddito ogni bene della città, ma qui non stiamo parlando di un edificio, ma di un pezzo di carne viva di Cagliari, che ha avuto e ha ancora un ruolo simbolico nella storia della coesione sociale della città.
Per questo ho presentato un’interrogazione al Ministro Franceschini (leggila qui). Il Ministero trovi le risorse per impedire questo scempio e restituisca alle suore la loro opera sociale, che dovrà poi trovare in città le sinergie di solidarietà perché non muoia una presenza cosi’ preziosa!

L’articolo dell’Unione Sarda

asilo

Riforma Rai, in Sardegna centro di produzione per programmi in lingua inglese

La sede regionale della Rai di Cagliari diventi centro di produzione specializzato di programmi in lingua inglese con un focus particolare sulla promozione del Mediterraneo e dell’innovazione tecnologica.

Una proposta trasformata in atto concreto con un emendamento alla riforma della Rai sottoscritto da altri dieci parlamentari.

La Rai deve avere un canale interamente in inglese.

La nostra Sardegna deve aprirsi al mondo se vuole uscire dall’isolamento geografico e culturale. L’informazione locale non dovrà essere trascurata, ma la sede sarà potenziata e arricchita grazie a questo polo speciale capace anche di attrarre nuove professionalità sull’isola.

L’inglese è la lingua commerciale del mondo. Il servizio pubblico è obbligato a investire in maniera massiccia nella diffusione della conoscenza di questa lingua. Un canale Rai totalmente in inglese che non sia la trasmissione di semplici lezioni, ma che trasmetta programmi di approfondimento storico, culturale, politico di livello può essere la soluzione.

È solo un primo passo per una Rai e una Sardegna europea, capaci di competere con le proprie produzioni in tutto il mondo e indispensabile per aiutare gli italiani e i sardi ad uscire dalla provincia dell’impero.