ACCISE E TAGLIO DEL COSTO DELLA BENZINA, A GENNAIO LA CONSULTA DECIDE. SEI MESI DI GRANDE MOBILITAZIONE

Accise e taglio del costo della benzina è il momento della verità: la Corte Costituzionale ha fissato l’udienza (il 25 gennaio 2015) del ricorso del governo contro la legge Finanziaria regionale che consente alla Sardegna di incamerare le accise sui prodotti petroliferi per poi utilizzarle anche per dimezzare il costo dei carburanti. Ricorso contro cui la Regione, una volta di più serva e prona verso gli interessi del governo nazionale, ha battuto in ritirata, costringendo i Riformatori sardi a presentare, da soli, opposizione. Parte dunque la grande mobilitazione della Sardegna: sei mesi di mobilitazione che prevedono, tra l’altro, una grande manifestazione a Roma per il 6 ottobre davanti al Palazzo della Consulta e a quello del Quirinale. Non solo: 100mila cartoline inonderanno il Quirinale per chiedere al presidente della Repubblica di valutare lo scioglimento del Consiglio regionale con lo slogan “Inquinamento ai sardi, le tasse altrove”. Ad annunciarlo sono stati – in una manifestazione sotto il Palazzo del Consiglio regionale – i Riformatori guidati dal coordinatore regionale Michele Cossa, da Gabriele Marini (leader dei Riformatori di Quartu), dal sindaco di Burcei Pino Caria, dal capogruppo dei Riformatori sardi in Consiglio regionale Attilio Dedoni e dal presidente della commissione Sanità della Camera, Pierpaolo Vargiu.

“Siamo rimasti noi, gli unici a opporci al governo che vuole cancellare un nostro diritto e noi non ci fermiamo. Certo è vergognoso che la Giunta regionale non si sia posta neppure il minimo problema di difendere una legge della Regione, approvata all’unanimità da tutte le forze politiche e che quindi non rappresenta il volere di una coalizione ma di tutto il popolo sardo. La Giunta Pigliaru batte in ritirata, anzi diserta la battaglia per la Sardegna. E a metterci l’elmetto siamo noi. Sappiamo che non sarà facile, ma non molleremo neanche di un millimetro” .

“La costituzione in giudizio da parte dei consiglieri regionali,  è certamente un fatto eccezionale, così come è eccezionale che la Giunta abbia rifiutato di difendere una legge della Regione approvata da tutti i gruppi e le forze politiche presenti in Consiglio regionale. Del resto i consiglieri – depositari del potere di iniziativa legislativa – hanno il dovere di fare di tutto per resistere a un attacco del governo alla sovranità del popolo sardo”.

L’opposizione al ricorso del governo sarà sostenuta davanti ai giudici della Consulta dagli avvocati costituzionalisti, Andrea Panzarola e Massimo Proto. “La scelta regionale di non costituirsi- sostiene il coordinamento regionale dei Riformatori- è grave perché senza difesa la legge regionale sarebbe stata certamente respinta. Ecco perché siamo scesi in campo noi . La decisione della Regione di rimanere “contumace” nel giudizio introdotto dal Presidente del Consiglio, favorendo un esito di accoglimento del ricorso statale e di annullamento della legge regionale, avrebbe pregiudicato fatalmente gli interessi regionali alla cui tutela la medesima legge era preordinata. Ne avrebbero ricevuto senz’altro un danno la Comunità sarda nella sua globalità. Per questa ragione i Riformatori Sardi hanno deciso di agire in modo concreto costituendosi nel giudizio davanti alla Corte Costituzionale. Lo hanno fatto con convinzione e, soprattutto, legittimamente”.

“L’atteggiamento della Giunta regionale che non difende gli interessi dei sardi è un atto criminoso la Sardegna rivendica solo quanto le spetta e per questo, per difendere gli interessi dei sardi, abbiamo deciso di scendere in campo ricorrendo direttamente alla Corte Costituzionale, con un atto solidamente motivato e decisamente innovativo”. Del resto ci saremo aspettati che la Giunta si schierasse a difesa dei sardi e di una legge che non una coalizione ma tutte le coalizione e tutti i partiti hanno approvato”. Ecco perché “siamo noi ad andare davanti alla Consulta e ci dispiace che questa Giunta non capisca quanto sia importante  marciare uniti per difendere i sardi”.

Accise, ecco il ricorso dei Riformatori contro il Governo davanti alla Consulta

Vale un miliardo di euro, indispensabile per lo sviluppo della nostra isola.

La norma della Finanziaria regionale del 2014, che affida alla Regione le entrate sulle imposte di fabbricazione generate in Sardegna anche se riscosse in altre parti del territorio nazionale (la cosiddetta norma sulle accise), è legittima. Come è legittimo che a difendere una legge approvata all’unanimità, dal Consiglio regionale siano i consiglieri regionali, visto che la Giunta – che rappresenta il potere esecutivo – sta colpevolmente non adempiendo a un obbligo: difendere una legge approvata da tutte le forze politiche.

Lo sostiene l’atto di opposizione al ricorso del governo presentato alla Corte Costituzionale dagli avvocati Andrea Panzarola e Massimo Proto, per conto dei consiglieri regionali dei Riformatori sardi Michele Cossa e Attilio Dedoni.

Il ricorso in 5 slide

Il servizio di Videolina

Senza patto di stabilità, dalle accise 1 miliardo di euro subito spendibile!

La notizia della revisione del Patto di stabilità tra Regione Sardegna e Stato è una notizia davvero importante perché certifica il significato delle battaglie in tal senso, che sono state vinte dalla Sardegna davanti alla Corte Costituzionale e riconosciute con la sentenza 118/2012.
E significa che finalmente la Regione sarda potrà spendere le risorse del proprio bilancio, senza vincoli.
In questo senso, assume ancora maggior significato la battaglia perché restino in Sardegna le accise dei prodotti petroliferi, secondo il principio che tali tasse debbano essere il minimo, ma indispensabile risarcimento del danno prodotto nel territorio che si inquina.
Stiamo parlando di circa un miliardo di euro che, alla luce dell’annullamento del patto di stabilità annunciato per il 2015, sarebbero a questo punto immediatamente disponibili per lo sviluppo economico e sociale della Sardegna.
Si tratta di risorse a cui sarebbe comunque un tragico errore rinunciare, ma che diventerebbero oggi uno straordinario tesoro per tutti i sardi, dopo che il Governo ha preso l’impegno di renderle immediatamente spendibili, rinunciando per il 2015 ai vincoli del Patto di stabilità.

No alle Accise, l’appello a Napolitano

La Regione rinuncia a difendere i diritti dei sardi! Noi scriviamo al Presidente della Repubblica!

La grave azione omissiva del Presidente della Regione Autonoma della Sardegna rischia di impedire, per motivi meramente formali, la possibilità della comunità sarda di difendere il profilo giuridico dei propri diritti davanti all’Alta Corte!

Ecco il testo integrale della lettera:

All’Illustrissimo
Signor Presidente della Repubblica,

Giorgio Napolitano
in data 21.01.2014, il Consiglio Regionale della Sardegna,
all’unanimita’ dei consiglieri presenti, ha approvato il comma 1 dell’articolo
1 della legge regionale 7/2014, che quantizza le maggiori entrate del bilancio
regionale sardo, discendenti dal nuovo testo dell’articolo 8 dello Statuto
Regionale sardo, cosi come modificato dal comma 834 dell’articolo 1 della legge
296 del 2007, che ha recepito l’intesa intercorsa in materia tra la Presidenza
del Consiglio e la Presidenza della RAS.

A seguito della suddetta modifica, realizzata attraverso la
prevista intesa tra Stato e Regione, l’art. 8, primo e secondo comma
dello Statuto Regionale sardo recita:

Le entrate della regione sono costituite:

a) dai sette decimi del gettito delle
imposte sul reddito delle persone fisiche e sul reddito delle persone
giuridiche riscosse nel territorio della regione;

b) dai nove decimi del gettito delle
imposte sul bollo, di registro, ipotecarie, sul consumo dell’energia elettrica
e delle tasse sulle concessioni governative percette nel territorio della
regione;

c) dai cinque decimi delle imposte sulle
successioni e donazioni riscosse nel territorio della regione;

d) dai nove decimi dell’imposta di fabbricazione
su tutti i prodotti che ne siano gravati, percetta nel territorio della
regione;

e) dai nove decimi della quota fiscale
dell’imposta erariale di consumo relativa ai prodotti dei monopoli dei tabacchi
consumati nella regione;

f) dai nove decimi del gettito
dell’imposta sul valore aggiunto generata sul territorio regionale da
determinare sulla base dei consumi regionali delle famiglie rilevati
annualmente dall’ISTAT;

g) dai canoni per le concessioni
idroelettriche;

h) da imposte e tasse sul turismo e da
altri tributi propri che la regione ha facoltà di istituire con legge in
armonia con i princìpi del sistema tributario dello Stato;

i) dai redditi derivanti dal proprio
patrimonio e dal proprio demanio;

l) da contributi straordinari dello Stato
per particolari piani di opere pubbliche e di trasformazione fondiaria;

m) dai sette decimi di tutte le entrate
erariali, dirette o indirette, comunque denominate, ad eccezione di quelle di
spettanza di altri enti pubblici.

Nelle entrate spettanti alla regione sono
comprese anche quelle che, sebbene relative a fattispecie tributarie maturate
nell’ambito regionale, affluiscono, in attuazione di disposizioni legislative o
per esigenze amministrative, ad uffici finanziari situati fuori del territorio
della regione
.

La nuova norma di riscrittura dell’articolo 8 dello Statuto
Regionale sardo si inserisce dunque nel previsto contesto di revisione, sancito
da un accordo pattizio tra istituzioni. In particolare, cio’ significa che la stessa previsione
legislativa che ha modificato l’art. 8 dello statuto regionale (art. l, comma
834, legge n. 296 del 2006) ha contestualmente legato ai maggiori proventi
derivanti dalle nuove compartecipazioni l’imputazione al bilancio regionale
della spesa sanitaria, delle spese relative al trasporto pubblico locale e alle
misure di continuità territoriale (art. l, commi 836 e 837, legge n. 296 del
2006)”. Senza dimenticare l’inerzia Statale che “troppo a lungo ha
fatto permanere uno stato di incertezza che determina conseguenze negative
sulle finanze regionali, alle quali occorre tempestivamente porre rimedio,
trasferendo, senza ulteriore indugio, le risorse determinate a norma dello
statuto” (Corte Costituzionale Sentenza 95/2013).

Si tratta dunque di una norma, concordata con lo
Stato
e adottata dopo un confronto lungo ed approfondito che
ha coinvolto l’intera comunità sarda.

Va inoltre sottolineato che, come ben
noto, “
l’ordinamento finanziario delle regioni a statuto speciale e delle
province autonome di Trento e di Bolzano è disciplinato dai rispettivi statuti e
dalle norme di attuazione
degli stessi. Gli statuti – che hanno forma di
legge costituzionale
– stabiliscono ambiti e limiti della
potestà impositiva, tributaria, finanziaria e contabile di ciascuna regione,
riconoscono la titolarità del demanio e del patrimonio regionali, elencano i
tributi erariali il cui gettito è devoluto, interamente o in parte, alla
regione, attribuiscono ad essa la potestà legislativa e amministrativa
sull’ordinamento finanziario degli enti locali del rispettivo territorio.”
A fronte della citata modificata dello Statuto Regionale
Sardo, concordata tra i soggetti aventi titolo, che conferisce pieno e assoluto
profilo di legittimita’ al comma 1 dell’articolo 1 della legge regionale
7/2014, il Governo, nella persona del Presidente del Consiglio dei
Ministri, ha impugnato tale norma dinanzi alla Corte Costituzionale, con
ricorso notificato alla R.A.S. in data 24 marzo 2014, sostenendo tra l’altro
che “alcune disposizioni in materia di imposte di fabbricazione
violano le disposizioni di cui agli articoli 8, 54 e 56 dello Statuto speciale,
ledendo altresì le competenze esclusive dello Stato in materia di ordinamento
comunitario di cui all’art. 117 della Costituzione, nonché in materia di
politica estera, il sistema tributario e contabile dello Stato e dogane
previsto sempre dall’art. 117. In particolare:

L’art. 1, comma 1 stabilisce che ai sensi dell’art. 8,
primo comma, lettera d) e secondo comma dello Statuto speciale per la Sardegna
(approvato con legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3) nelle entrate
spettanti alla Regione sono comprese anche le “imposte di fabbricazione su
tutti i prodotti che ne siano gravati generate nel territorio dello
Stato”.

Il comma 1 lett. d) del menzionato art. 8 dello Statuto speciale
per la Sardegna individua le entrate regionali tra le quali sono annoverati
“i nove decimi dell’imposta di fabbricazione su tutti i prodotti che ne
siano gravati, percetta nel territorio della regione”; il successivo comma
2 dispone, poi, che “nelle entrate spettanti alla Regione sono comprese
anche quelle che, sebbene relative a fattispecie tributarie maturate
nell’ambito regionale, affluiscono, in attuazione di disposizioni legislative o
per esigenze amministrative, ad uffici finanziari situati fuori del territorio
della regione”.

La norma regionale in esame così formulata presenta una
duplice criticità che la rende inconciliabile: 1. sia con le disposizioni
che regolano la gerarchia delle fonti, 2. sia con il sistema impositivo
in materia di accise.

Per quanto attiene alla prima criticità si rileva che
l’art. 1 della legge regionale in esame si configura come una norma
interpretativa della disposizione statutaria relativa all’art. 8 lettera d).

Nella norma regionale l’introduzione del termine “generate”
ha l’intento di interpretare il criterio di quantificazione del gettito delle
accise (gettito compartecipato dalla regione Sardegna nella misura dei nove
decimi per effetto di quanto previsto dallo stesso articolo 8, primo comma
lettera d) e secondo comma), dello Statuto di autonomia) — sulla base appunto
del “generato” (“le imposte di fabbricazione generate nel
territorio regionale anche se riscosse nel restante territorio dello
Stato”.) Tale criterio di quantificazione introdotto in via
interpretativa non risulta coerente con il criterio del “percetto”,
cui fa invece testualmente riferimento lo stesso articolo 8 dello Statuto.
Mentre, infatti, il criterio del “generato”, è riferito alla
produzione complessiva che si realizza nel territorio della regione, anche se
relativa a prodotti che poi scontano il tributo nella restante parte del
territorio nazionale, il criterio del “percetto”, invece, si
riferisce esclusivamente ai prodotti immessi in consumo nel territorio
regionale.

Alla luce di quanto sopra esposto, pertanto, l’utilizzo
dello strumento legislativo regionale non sembra idoneo a definite l’ambito
applicativo di una disposizione costituzionale, stante evidentemente il
rapporto di gerarchia esistente tra le diverse fonti del diritto. E’, infatti,
appena il caso di far presente, a tal proposito, che qualsiasi modifica,
integrazione, o anche solo interpretazione di norme statutarie (quale, nel caso
di specie, l’articolo 8 della Legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3) non
potrebbe che essere affidato a disposizioni di pari rango nella gerarchia delle
fonti, ovvero alle norme di attuazione statutaria; norme, quest’ultime, che pur
non avendo natura di norme costituzionali, sono peraltro dotate di forza
“superlegislativa” in virtù del peculiare procedimento di
approvazione previsto dagli stessi Statuti speciali. Procedimento che tra
l’altro rimette ad una apposita Commissione paritetica (e quindi alla
concertazione tra lo Stato e la regione) l’approvazione di tali norme (art. 56
Statuto).

Ove infatti l’intento del legislatore regionale fosse
quello di modificare direttamente la norma statutaria — e non già, come,
verosimilmente, nel caso di specie, interpretare diversamente un criterio di
quantificazione previsto in maniera generica e atecnica dallo Statuto — la
legge regionale non si configurerebbe, comunque, come uno strumento idoneo.

Infatti la possibilità di modificare le norme statutarie
“con leggi ordinarie della Repubblica su proposta del Governo o della
Regione”, è consentita (ai sensi dell’articolo 54, quinto comma, dello
Statuto) solo per le disposizioni di carattere finanziario ricomprese nel
Titolo III dello stesso Statuto.

Con riguardo alla seconda criticità e cioè alla materia
disciplinata, occorre poi considerare la illegittimità dello stesso criterio di
quantificazione del gettito delle accise introdotto dal legislatore regionale.

Le disposizioni comunitarie in materia stabiliscono che le
accise costituiscono tributi armonizzati a livello comunitario e distinguono
chiaramente il momento generatore dell’obbligazione tributaria dal momento di
esigibilità dell’imposta.

La direttiva comunitaria n. 2008/118/CE relativa al regime
generale delle accise, stabilisce che “ai fini del corretto funzionamento
del mercato interno rimane necessario che la nozione di accisa e le condizioni
di esigibilità dell’accisa siano uguali in tutti gli Stati membri, occorre
precisare a livello comunitario il momento in cui i prodotti sottoposti ad
accisa sono immessi in consumo e chi è il debitore dell’accisa.” La
predetta direttiva è stata successivamente recepita dal decreto legislativo 26
ottobre 1995, n. 504 e s.m.i. (T.U. delle disposizioni legislative concernenti
le imposte sulle produzioni e sui consumi).

Per quanto concerne la nascita dell’obbligazione tributaria
e l’esigibilità delle accise, l’art. 2 del medesimo d.lgs. dispone al comma 1
che “per i prodotti sottoposti ad accisa l’obbligazione tributaria sorge
al momento della loro fabbricazione…ovvero dalla loro importazione ” e,
al comma 2, che “l’accisa a esigibile all’atto della immissione in consumo
del prodotto nel territorio della Stato…” L’esigibilità
dell’accisa si realizza, quindi, a seguito dell’estrazione dei prodotti dal
deposito fiscale e il trasferimento a depositi o impianti. E’ infatti solamente
in tale momento che è possibile individuare la destinazione dei prodotti e la
conseguente aliquota da applicare. Appare evidente che nessun introito si
concretizza per l’erario al mero sorgere dell’obbligazione tributaria, vale a
dire al momento della fabbricazione dei prodotti sottoposti ad accisa.

In considerazione dei menzionati principi il termine
“percetto”, ai fini dell’individuazione delle somme spettanti alla
Regione Sardegna, non può che essere inteso con riferimento all’accisa relativa
ai prodotti immessi in consumo.

L’interpretazione derivante dalla norma regionale in esame
mira invero ad attribuire alla Regione una quota della accise potenzialmente
riconducibili ai prodotti fabbricati nel territorio regionale. Tale
disposizione, pertanto contrasta con il quadro normativo comunitario citato.

Anche la Corte costituzionale ha più volte ha evidenziato
(sentenze n. 185 del 2011 e 115 del 2010) il nesso che lega l’accisa al
territorio in cui si realizza il consumo del prodotto.

Alla luce di quanto sopra esposto, l’articolo 1 della legge
regionale Sardegna in esame, nel derogare all’applicazione di norme comunitarie
e nel prevedere una diversa ripartizione del gettito delle accise spettanti
alla Regione, eccede dalle competenze statutarie di cui agli articoli 8, 54 e
56 dello Statuto speciale e viola le competenze esclusive dello Stato in
materia di ordinamento comunitario e obblighi internazionali di cui
all’articolo 117, primo comma della Costituzione, nonché nelle materie di
politica estera, sistema tributario e contabile dello Stato e dogane di cui
all’articolo 117, secondo comma, lettere a), lettere e) e q).

Il predetto articolo 1 viola altresì l’art. 119 della
Costituzione che al primo comma riconosce “alle Regioni autonomia
finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi
bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e
finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”) e con il
secondo comma dispone che “le Regioni stabiliscono e applicano tributi ed
entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della
finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al
gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio.” Per le
motivazioni esposte, le disposizioni sopra indicate devono essere impugnate
dinanzi alla Corte Costituzionale, ai sensi dell’art. 127 Cost.”.

Il ricorso del Governo appare del tutto privo di fondamento, ancor
piu’ in quanto la
decisione di impugnare l’art. 1 della legge regionale n. 7/2014, per i
motivi espressi in premessa, equivale all’impugnazione dello
stesso art. 8 novellato dello Statuto Sardo, la cui legittimità non
era mai stata messa in discussione in nessuna delle sedi istituzionali
competenti.

Piu’ specificamente, nel merito della
questione, si segnala inoltre quanto segue:

 

 

1) La questione irrisolta delle entrate
regionali: il criterio del riscosso o il criterio del maturato.

Deve essere preliminarmente chiarito che il termine
“imposta di fabbricazione”, richiamato alla lettera d) dell’art. 8 dello Statuto non è più un
termine in vigore in Italia; la necessità di recepimento delle nove Direttive
CEE emesse nel 1992 al fine di armonizzare la normativa in materia di accise,
in vista delle realizzazione del mercato interno, ha determinato l’adozione del
DL 331/93 che all’art. 1 comma 2 lett a) definisce l’accisa come “l’imposizione
indiretta sulla produzione o sui consumi prevista, dalle vigenti disposizioni,
con la denominazione di imposta di fabbricazione o di consumo e corrispondente
sovrimposta di confine o di consumo”. La definizione di accisa come sopra
descritta è stata replicata successivamente nel testo unico accise, approvato
con D.lgs 26/10/1995 n°504, che ha operato sia il coordinamento delle numerose
norme nazionali, sia l’armonizzazione delle norme interne con le direttive
dell’Unione Europea: “articolo 1 ambito applicativo e
definizioni 1. Il presente testo unico disciplina l’imposizione indiretta sulla
produzione e sui consumi. 2. Ai fini del presente testo unico si intende per:
a) accisa: l’imposizione indiretta sulla produzione o sul consumo dei prodotti
energetici, dell’alcole etilico e delle bevande alcoliche, dell’energia
elettrica e dei tabacchi lavorati, diversa dalle altre imposizioni indirette
previste dal Titolo III del presente testo unico
;

La predetta definizione non muta la sostanza della portata
dell’articolo 8 dello Statuto Sardo ed in particolare quella a cui si
riferisce il secondo comma.

Scrive l’Agenzia della Regione Autonoma della Sardegna per
le Entrate: “Alla luce dei meccanismi di formazione dell’accisa …, è
evidente che la previsione normativa relativa all’esistenza di un regime in
sospensione d’imposta tra il momento della fabbricazione e quello dell’immissione
al consumo, ha la conseguenza che l’imposta percetta in Sardegna non è
riferibile ai quantitativi di beni prodotti nelle regione, ma ai volumi degli
stessi immessi al consumo nell’isola. Da quanto detto emerge che
l’interpretazione che il legislatore regionale darà in sede di attuazione al
disposto statutario potrà influenzare le entrate spettanti alla regione;
qualora il dettato di cui alla lettera d) (che fa chiaro riferimento al
criterio del riscosso) fosse – correttamente – reinterpretato alla
luce di quanto stabilito al secondo comma dell’art. 8 (criterio della
maturazione delle fattispecie tributarie da cui scaturiscono le entrate),
potrebbero essere ricomprese nella base di calcolo delle entrate di competenza
anche le accise relative a produzioni localizzate in Sardegna ma destinate ad
essere immesse al consumo al di fuori dell’isola.”

La portata di questa interpretazione assume una rilevanza
diversa a seconda delle tipologie di accise cui ci si riferisce. Per quanto
riguarda le accise diverse da quelle relative al gas naturale, all’energia
elettrica e a carbone, lignite e coke, è stato evidenziato che esiste
un disallineamento tra il momento della maturazione e il momento della
riscossione del tributo, e quindi tra l’accisa riscossa in una regione e
l’accisa maturata sui beni prodotti nella stessa. Questa differenza è
particolarmente rilevante con riferimento alla lavorazione di prodotti
petroliferi, rispetto alla quale la Sardegna è uno dei principali centri di
produzione in Italia: i prodotti lavorati sono immagazzinati in depositi
fiscali localizzati nell’isola, per essere successivamente trasferiti in
depositi liberi localizzati al di fuori della Regione al fine dell’immissione
al consumo. Ne consegue che solo una piccola parte della produzione in Sardegna
è destinata al consumo nell’isola.

A questo proposito deve essere segnalato che la Giurisprudenza , sia
nazionale che europea, sembra dare ragione alla determinazione legislativa del
Consiglio Regionale.

La stessa sentenza n.115 del 2010 della Corte Costituzionale,
contrariamente a quanto affermato dal Governo nel ricorso, conferma la
fondatezza dei presupposti giuridici su cui si basa l’azione legislativa
regionale sarda in quanto, pronunciandosi su un caso opposto ( la Regione
Sicilia chiedeva che gli introiti fossero considerati imposta sul consumo), ha
stabilito che le accise sui prodotti minerali siano considerate imposte di
fabbricazione.

Ne viene di conseguenza che la fattispecie tributaria si concretizza al
momento della fabbricazione e non certo in quello dell’immissione in consumo:
seguendo pedissequamente la tesi del Governo, ne deriverebbe l’assurdo per cui,
qualora la Saras fabbricasse i propri prodotti e poi, paradossalmente, li
gettasse in mare lo Stato non avrebbe diritto alle imposte su tali prodotti!

Ad ulteriore conferma della solidità di basi giuridiche di tale
impostazione, viene in ulteriore soccorso la sentenza n.7080 del 2004 della
Corte di Cassazione, sezione tributaria, che conferma che l’imposta di
fabbricazione matura al momento della fabbricazione e non dell’immissione in
consumo, come invece erroneamente sostenuto dall’Agenzia delle entrate.

In sintesi il quadro appare quanto mai chiaro: l’articolo 8 novellato stabilisce che
spettano alla Regione Autonoma della Sardegna le imposte che, sebbene relative a
fattispecie tributarie maturate nell’ambito regionale, affluiscono, in
attuazione di disposizioni legislative o per esigenze amministrative, ad uffici
finanziari situati fuori del territorio della regione.

In parallelo, la
giurisprudenza consolidata stabilisce che l’imposta “matura” al momento della
fabbricazione, per cui le entrate finanziarie conseguenti sono dei sardi e
appartengono ai sardi in base alla legge, che discende da una libera
pattuizione tra lo Stato e la Regione Autonoma della Sardegna.

2) La constatazione del rilevante costo ambientale sopportato
dall’Isola.

LaSardegna, infatti, paga un
prezzo elevatissimo alla presenza nel proprio territorio della più grande
raffineria del Mediterraneo: le ipotesi di danni sulla salute conseguenti
a questo tipo di produzione sono alla base di accesi dibattiti
sulla necessita’ che venga quanto meno stabilita una correlazione tra la
produzione regionale di sostanze tossiche e le entrate “compensative”
di competenza regionale. Discussione da cui erompe la stessa ragione
della avvenuta modifica e correzione dell’articolo 8 dello Statuto.

E’ sufficiente, tra l’altro, leggere le seguenti tabelle
per comprendere la sperequazione ai danni della Comunità Sarda:

***

3) La questione ambientale Sarda in
relazione alla Raffineria Saras di Sarroch

La Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul ciclo dei
rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse nella RELAZIONE SULLA
SARDEGNA, approvata nella seduta del 28 febbraio 2001,trasmessa alle
Presidenze delle Camere il 15 marzo 2001, ai sensi dell’articolo 1, comma
2, legge 10 aprile 1997, n. 97, come modificato dalla legge 14 giugno
1999, n. 184, sulla Raffineria Saras di Sarroch (Cagliari), precisava:

La capacita` annua di lavorazione della raffineria Saras di
Sarroch e` di circa 18 milioni di tonnellate. Il capitale sociale
e` detenuto per l’85 per cento dal gruppo Moratti e per il 15 per cento
dall’Agip Petroli spa
. I prodotti della raffinazione sono
prevalentemente gpl (gas di petrolio liquefatto), benzine, jet fuel (carburante
per aerei), gasoli, olicombustibili e cariche per gli impianti petrolchimici.
All’interno del sito di raffineria opera un gassificatore del tar della
societa` Sarlux, frutto di una compartecipazione tra Saras (55 per cento) e
Enron Corp.(45 per cento). Gli impianti di processo consistono in tre topping,
in due vacuum, in un reformer, in un cracking catalitico, in un impianto di
alchilazione, in uno di eterificazione, in un visbreaking da cui residua il
tar, in due impianti detti mild hydrocracking, in quattro impianti di
idrodesolforazione e in tre unita` di recupero zolfo (impianto Claus). Rifiuti
tipici della raffineria sono prevalentemente i fondami di serbatoio, i
catalizzatori esausti e le terre contaminate da scavo. Tali rifiuti vengono
attualmente trattati ed inertizzati all’interno del sito produttivo
dall’azienda Ecotec, con un sistema che utilizza silicati liquidi quali agenti
inertizzanti. In tale unita` di trattamento (uno dei rari esempi di innovazione
tecnologica nel nostro Paese) vengono trattati fondami di serbatoi: gli
impianti prevedono una preliminare centrifugazione con centrifughe orizzontali
o verticali a due o tre vie, per mezzo delle quali dal fondame si separa quasi
tutto l’olio libero che viene rilavorato in raffineria e che contiene non
piu`dell’uno per cento di acqua. La fase solida che residua dalla
centrifugazione, detta cake, e` prevalentemente costituita da componenti
inorganici con una parte minima di olio assorbito: essa viene sottoposta a
trattamenti di inertizzazione con silicati liquidi. Il
prodotto dell’inertizzazione, dopo un periodo di maturazione all’aria nel
corso del quale subisce anche processi di carbonatazione, viene sottoposto
a test di cessione ed avviato in discarica di tipo 2B. Come la Commissione ha
avuto modo di appurare, nel corso del sopralluogo in raffineria, la società
Ecotec impiega anche un’altra tecnologia, detta tar, molto simile a quella
di inertizzazione dei fondami oleosi, ma che fa anche ricorso a
particolari additivi chimici per il trattamento, tra l’altro,
dei catalizzatori esausti a base di metalli come il cobalto e il
molibdeno. L’impianto di gassificazione del tar consiste nel trattamento
termico di un residuo pesante detto tar che in virtu` di una favorevole
delibera, la CIP 6/92, viene attraverso la riclassificazione considerato
materiale assimilabile alle fonti rinnovabili. Dal trattamento termico del
tar origina un gas di sintesi, che viene lavato per rimuovere polveri
e metalli: la gassificazione permette l’ottenimento di energia elettrica
che viene venduta all’Enel. Il tar e` classificato rifiuto
pericoloso al punto 11 Annex 1A della direttiva europea n.91/689/CEE e
dall’allegato D al decreto legislativo n.22/97 alle voci 050601 (catrami
acidi) e 050603 (altri catrami). La pericolosita` del tar deriva dalla
presenza di idrocarburi policiclici aromatici cancerogeni, tra cui il
benzo-a-pirene. Le classi di pericolosita`sono H5 (nocivo), H6 (tossico), H7
(cancerogeno); il tar contiene inoltre metalli tossici quali il nichel e
il vanadio, sotto forma di miscele di sali e ossidi. Altri
idrocarburi policiclici del tar sono sospetti di essere teratogeni (classe
di pericolosita` H10) e mutageni (classe di pericolosita` H11). Sia il tar
che il filter cake (ricco di nichel e vanadio) che residua dalla
gassificazione non sono considerati rifiuti dalla raffineria, che quindi
non ha richiesto alle autorita` regionali l’autorizzazione prevista per
gli impianti di smaltimento di rifiuti pericolosi. La procura di Cagliari,
anche a seguito di un’ispezione dei Noe, ha ritenuto che i filter
cake esportati all’estero per il recupero del vanadio siano rifiuti e che
si configuri quindi uno smaltimento illecito, non essendo stati tali materiali
dichiarati rifiuti nei documenti di trasporto. Essa pertanto ha
proceduto al sequestro dell’area di infustaggio dei filter cake in big
bags. Tale area, a seguito del ricorso della Saras, e` stata
successivamente dissequestrata dal tribunale della libertà: la procura di
Cagliari ha fatto ricorso avverso tale decisione alla Corte di cassazione,
chiedendo nel contempo un parere al ministro dell’ambiente in merito alla
classificazione del tar e del filter cake. Secondo le dichiarazioni
dell’azienda che lo produce, il filter cake sarebbe destinato agli Stati
Uniti d’America dove, attraverso una particolare lavorazione, si
dovrebbero poter estrarre da esso alcuni metalli, tra cui sicuramente il
vanadio e verosimilmente il nichel. Nel corso di un’audizione resa in Commissione
il 20 febbraio scorso dal ministro dell’ambiente Bordon, e` emerso che la
nuova lista rifiuti, approvata con decisione 2000/532/CE, chiarisce la
classificazione del tar, inquadrandolo nell’elenco dei rifiuti pericolosi.
Infatti, nell’ambito del gruppo 05 (rifiuti della raffinazione del
petrolio, purificazione del gas naturale e trattamento pirolitico del
carbone), la suddetta decisione individua un sottogruppo 01 (residui
oleosi e rifiuti solidi) contenente 0107 catrami acidi e 0108 altri
catrami; un sottogruppo 06 (rifiuti del trattamento pirolitico del
carbone) contenente 0601 catrami acidi e 0603 altri catrami; un
sottogruppo 08 (rifiuti della rigenerazione dell’olio) contenente 0802
catrami acidi e 0803 altri catrami. Ne consegue che il tar e` attualmente
incluso in modo chiaro nella lista dei rifiuti pericolosi. Inoltre, ha
spiegato il ministro che e` da ritenere che le scorie e le ceneri prodotte
dalla co-combustione del tar debbano essere classificate come rifiuto
pericoloso qualora dalla caratterizzazione analitica (con particolare
riferimento al nichel ed al vanadio) del rifiuto in funzione delle modalita`
operative di gestione dell’impianto risultino possedere le caratteristiche
di pericolosita` di cui alla decisione 2000/352/CE e suo successivo
emendamento.

Le acquisizioni raccolte nel corso delle audizioni. Si
e` gia` fatto cenno che, nel corso della visita agli impianti,
la Commissione ha incontrato specifiche realta` locali (responsabili
degli impianti di produzione, conduttori degli impianti di
smaltimento, rappresentanti delle amministrazioni locali ed altri soggetti
esponenziali delle specifiche realta` locali visitate). Con le audizioni
presso il capoluogo di regione, la Commissione si e` proposta invece di
sentire i soggetti piu` rappresentativi delle varie realta` istituzionali
presenti nel territorio regionale aventi competenze piu` ampie di quelle
precedentemente esaminate. Sono stati, pertanto, sentiti gli organi
istituzionali a competenza generale (il prefetto, l’amministrazione regionale,
la magistratura, la rappresentanza dell’utenza) e ad essi e` stato
richiesto di riferire sulle problematiche riguardanti il contesto di
competenza. Ne e` scaturito un profilo di realta` che, riguardo alla
situazione generale, ha posto in evidenza che la peculiare situazione
geografica della regione (la cosiddetta insularita`) si pone come un
elemento che dovrebbe consentire maggiori controlli e rendere piu` difficile
lo smaltimento clandestino di rifiuti su larga scala. E` stata
registrata una viva attenzione da parte delle forze dell’ordine, soprattutto
del nucleo operativo ecologico dei carabinieri, sia verso l’esterno (i
porti), sia verso i siti di discarica. Cio` nonostante, non mancano casi di
traffici illeciti di rifiuti industriali provenienti dal nord Italia e dalla
zona del casertano. Cio` sembra causato anche dall’assenza di organi
professionalmente attrezzati a controllare la qualita` dei rifiuti (l’Agenzia
regionale per la protezione dell’ambiente, come si dira` meglio in seguito, ancora
non e` stata istituita); il problema, quindi, si sposta alla qualita` dei
controlli ed alla capacita` di leggere correttamente le code dei processi
produttivi. Parallelamente, occorre pero` individuare sistemi di controllo che
consentano di superare le attuali difficolta` di vigilare sulla qualita` delle
merci trasportate a mezzo containers. E` un problema che non riguarda,
ovviamente, la sola regione Sardegna e che richiede riflessioni, direttive ed
interventi da parte degli organi centrali. Sotto altro profilo, il rilevante
divario rilevato dalla Commissione tra le cifre sulla produzione di rifiuti
pericolosi e la capacita` di smaltimento presente nel territorio regionale
potrebbe derivare, almeno in parte, secondo l’opinione del prefetto di
Cagliari, dal progressivo processo di deindustrializzazione che ha interessato
l’isola.

Per riassumere: la presenza
dell’Agip (Gruppo Eni) nel capitale Saras risale ai primi anni ‘70 e
si è protratta per un trentennio. Il tar è un olio combustibile pesante.
Viene utilizzato – nella misura di 150 tonnellate ogni ora – per produrre
energia elettrica nella centrale Sarlux di Sarroch, Gruppo Saras. Raffinando il
greggio – la potenzialità degli impianti è di 15 milioni di tonnellate
all’anno, cioe’ 300 mila barili al giorno – si ottengono degli scarti, una
sorta di pece semisolida utilizzabile per produrre bitume per le strade. Con
opportuni accorgimenti, tali sostanze possono anche essere bruciate, per
produrre energia elettrica, sprigionando anidride carbonica.

Secondo il Registro delle emissioni inquinanti (Eper) della
Commissione europea, su dati rilevati nel 2004, la Saras è la terza industria
italiana per emissione di C02 (6,22 milioni di tonnellate), dopo la centrale
elettrica a carbone di Brindisi e l’acciaieria Ilva di Taranto.

Nell’aria finiscono anche ossidi di azoto, biossido di
zolfo, benzene, policiclici aromatici. Ci sono anche gli scarti: in un anno
1.400 tonnellate tra zolfo e concentrati di metallo, come vanadio e nichel.

In tal senso non è astratto ed insolito pensare alle
evidenti responsabilità dello Stato, quanto meno per omissione di controllo,
con il conseguente riferimento al principio comunitario chi inquina paga.

Qualsiasi ulteriore commento appare superfluo.

Inoltre, appare pertinente rammentare che la Sardegna
ha gia’ versato alle produzioni nazionale un tributo ambientale e di salute
altissimo. E’ sufficiente ricordare il carico inquinante delle aree minerarie
dismesse, del polo industriale di Portovesme (inserita all’interno di un sito
di interesse nazionale, art. 252 bis del Decreto Legislativo n. 4 del 2008),
delle aree di Portotorres, Ottana e delle aree militari.

***

In conclusione

La vicenda complessiva della quantizzazione delle
entrate di spettanza della R.A.S. si inserisce, secondo alcuni, nell’ambito
di un quadro normativo nazionale non sempre lineare e proprio per questo
suscettibile di diverse interpretazioni. Tuttavia va ribadito come, a nostro
avviso, tali elementi di dubbio non abbiano ragione d’essere nel caso di
specie, in considerazione della chiarezza del secondo comma dell’art. 8, di cui
viene di seguito ribadito il dettato:

Nelle entrate spettanti alla regione sono
comprese anche quelle che, sebbene relative a fattispecie tributarie maturate
nell’ambito regionale, affluiscono, in attuazione di disposizioni legislative o
per esigenze amministrative, ad uffici finanziari situati fuori del territorio
della regione
.

Le deduzioni sin qui esposte appaiono dunque
assolutamente esaustive a dimostrare l’infondatezza di tutti i motivi del
ricorso proposto dal Governo – nonché la loro profonda ingiustizia
– perché ciascuno di essi omette di seguire corretti criteri di
interpretazione, sia delle norme costituzionali di cui si sostiene la
violazione, sia delle stesse norme statutarie che sono state
espressamente adottate per dare piena e coerente attuazione a quelle
norme costituzionali.

Insieme alle valutazioni di carattere squisitamente giuridico,
vanno sicuramente tenute nel debito conto anche quelle relative al legittimo
diritto di indennizzo del popolo sardo che, qualora venisse ingiustamente
negato, rischia di potenziare le spinte populiste, antinazionali che percorrono
e scuotono il tessuto dolente della societa’ sarda.

E’ per questi motivi che, di fronte all’incomprensibile ricorso
proposto dal Governo contro il comma1 dell’articolo 1 della legge regionale
7/2014, l’intera societa’ sarda ha richiesto a gran voce la difesa strenua dei
propri diritti da parte delle istituzioni regionali, per ottenere giustizia
davanti all’Alta Corte, nella difesa della norma approvata all’unanimità’ dal
Consiglio Regionale e immotivatamente impugnata dal Governo.

A fronte di tale situazione di potenziale, grave lesione dei
diritti del popolo sardo, forse per rispettare equilibri politici
incomprensibili alla comunità sarda, il Presidente
della Regione Autonoma della Sardegna, rendendone comunicazione di
merito nel corso della seduta del Consiglio regionale del 23.04.2014, ha
dolosamente deciso di non costituirsi in giudizio di fronte alla Corte
Costituzionale, causando un danno incalcolabile agli interessi del popolo
sardo.

Purtroppo, come è noto, la
procedura relativa ai procedimenti contestativi di impugnativa da parte del
Governo di fronte alla Corte Costituzionale prevede che la potestà di
costituzione per resistenza sia riservata esclusivamente al Presidente della
Regione Autonoma della sardegna.

Pertanto la grave azione omissiva del Presidente della
Regione Autonoma della Sardegna rischia di impedire, per motivi meramente
formali, la possibilità della comunità sarda di difendere il profilo giuridico
dei propri diritti davanti all’Alta Corte.

Tale situazione è dolorosa e intollerabile per l’intera comunità
regionale, che vedrebbe così conculcato il proprio diritto a difendere presso
la suprema Corte di Giustizia italiana il contenuto di una norma che è stata
condivisa e approvata dall’intero Consiglio regionale sardo.

Nel corso della Sua ultima visita in Sardegna, il 20 febbraio del 2012, lei ebbe certamente modo di avere piena contezza degli effetti devastanti della crisi economica e sociale che colpisce la nostra terra. Il senso delle Sue parole in Consiglio Regionale e negli incontri con le Istituzioni regionali colpì infinitamente tutti i sardi, sia per l’immensa sensibilità specifica che Ella dimostrò, sia per la volonta espressa di farsi direttamente carico della sofferenza della nostra gente per contribuire a trovare ipotesi di intervento, nelle competenti sedi istituzionali.

Memori delle Sue edificanti parole e convinti della necessità che il popolo sardo abbia risposte adeguate in questa specifica vicenda, che è davvero vitale per gli interessi della Sardegna e rischia di avere
conseguenze significative nello stesso rapporto fiduciario tra la comunità
regionale sarda e le istituzioni dello Stato, il sottoscritto Pierpaolo Vargiu,
deputato alla Camera, eletto in Sardegna, Presidente della XII Commissione degli Affari Sociali della Camera, chiede un incontro urgente con la S.V. Ill.ma per poter illustrare alla più alta carica dello Stato le motivazioni
sostanziali che fondano il diritto dei sardi a difendere davanti all’Alta Corte
i profili giuridici di legittimità della norma di legge adottata dal Consiglio
regionale sardo con il comma 1 dell’articolo 1 della legge regionale 7/2014.

Accise, l’inquinamento della benzina in Sardegna, le tasse altrove!

L’industria del petrolio inquini in Sardegna, ma paghi pure le tasse altrove!

E’ questa la sostanza della decisione annunciata oggi in Aula dalla Giunta Pigliaru, che ha scelto di non difendere la legge con cui il precedente Consiglio, PD compreso, aveva disposto di utilizzare in Sardegna le imposte sui prodotti della benzina.

In altre parole, nel gennaio 2014, il PD in piena campagna elettorale aveva sostenuto la battaglia (e approvato la legge) per il recupero del miliardo di euro delle accise petrolifere. Passata la festa, gabbato lo Santo. I sardi hanno gia’ votato, la loro fiducia non e’ piu necessaria e il PD cambia idea e non difende piu’ le sue convinzioni preelettorali, ne’ i diritti dei sardi.

La Giunta sovranista e quasi indipendentista getta la maschera: le accise erano un argomento buono per la campagna elettorale, ora e’ il tempo della marcia indietro, tutti fermi, tutti immobili, si aspettano le elemosine di Stato.

Non e’ questo che i sardi si attendono da chi li governa!

Pigliaru e tutti i sardi reagiscano alla gravissima decisione del Governo di impugnare le ‎accise!

La decisione odierna del Governo Renzi di impugnare la legge regionale che taglia i costi della benzina in Sardegna è l’ennesima certificazione che per la Sardegna non esistono governi “amici”.

Dopo la beffa che ci impedirà di eleggere parlamentari europei, dopo il teatrino sull’alluvione, ora arriva l’ennesimo intervento a gamba tesa contro la Sardegna!

L’accordo Soru -Prodi del 2007, ha scaricato sulla Sardegna i costi della sanità, della continuità territoriale e del trasporto pubblici locale, ma non si vede nessuna delle contropartite attese!

Al Presidente della Regione Pigliaru, chiediamo dunque di reagire immediatamente a questo ulteriore schiaffo alla Sardegna: i Riformatori saranno al suo fianco!
E a tutti i sardi chiediamo di svegliarsi: da Roma non arriverà nessun regalo, i nostri interessi legittimi dobbiamo imparare a difenderli da soli, tutti insieme!

No alle accise, conferenza stampa con Cappellacci

Il tempo dell’assistenzialismo e della burocrazia pervasiva è finito! I sardi devono dimostrare merito e competenze e abituarsi all’idea che si compete, senza lasciare nessuno indietro.

Oggi Cappellacci ha preso l’impegno di portare avanti la battaglia per il taglio delle tasse sulla benzina sin dal 17 febbraio. Parliamo di una cifra pari a 1 miliardo di euro, una somma straordinaria da destinare allo sviluppo della Sardegna.

La partita non è ancora affatto vinta! Abbiamo chiesto e ottenuto un incontro con i massimi dirigenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Abbiamo spiegato loro la specificità della legge della nostra Regione.

Abbiamo chiesto anche l’aiuto di tutti i parlamentari sardi. Dal 17 febbraio servirà l’unità di tutti i sardi, il taglio delle accise è stato votato all’unanimità!

LA CONFERENZA STAMPA INTEGRALE

Taglio del costo della benzina, una sfida da un miliardo di euro. Una partita assolutamente aperta che possiamo vincere

Oggi incontro a Roma con i vertici del Ministero dell’Economia e delle Finanze per portare avanti la nostra battaglia per il taglio delle accise sulla benzina.
Siamo soddisfatti, il Ministero dell’Economia prenderà sul serio la questione.
C’è una legge approvata dal Consiglio Regionale che, su questo argomento, dimostra di voler andare sino in fondo. E’ una partita che possiamo vincere, in particolare in riferimento a quanto espressamente stabilisce l’articolo 8 dello Statuto, che prevede che tra le entrate sono ricompresi anche i tributi maturati in ambito regionale, anche se  affluiscono  in uffici finanziari al di fuori dal territorio della Regione.
Con il comma 1 dell’articolo 1 della Finanziaria  la Sardegna ha finalmente ottenuto un obiettivo straordinario: la garanzia che le entrate della regione Sardegna siano costituite dalla compartecipazione nella misura dei 9/10 sulle imposte di fabbricazione sui prodotti petroliferi“. Questo significa non più soltanto i soldi relativi a ciò che viene consumato in Sardegna, ma anche e soprattutto le tasse relative a ciò che è prodotto in Sardegna, ma viene tassato altrove.
Una sfida che vale un miliardo di euro, che può cambiare il costo della benzina in Sardegna, aprendo incredibili prospettive economiche di sviluppo. Una sfida che non può certo essere vinta dai soli Riformatori che oggi chiamano a raccolta tutte le associazioni che hanno contribuito a raccogliere le 102mila firme di cittadini sardi, che sono state la vera testa d’ariete che ha permesso la scrittura della nuova legge.