Def: più coraggio su sanità, più responsabilità dalle regioni

Nel 2015, il Fondo Sanitario Nazionale verrà ridotto di 2.352 milioni di euro. Senza lotta all’inappropriatezza, allo spreco, alla corruzione, il peso dei tagli ricadrà esclusivamente sui cittadini. Per questo ci aspettiamo più responsabilità dalle regioni che, nonostante la riforma del Titolo V, continueranno a rappresentare un potere forte della sanità. Servono decisioni coraggiose senza paura di scontentare qualcuno che non sia il paziente e il suo diritto alla salute.

Nel Piano Nazionale delle Riforme occupa un ruolo predominante il Patto per la Salute su cui non bisogna tornare indietro. Il governo e il ministro Lorenzin hanno fatto un grande sforzo di dialogo ed elaborazione e ora spetta alle Regioni applicarlo. È la precondizione essenziale per poter aumentare il Fondo Sanitario Nazionale: senza regole certe su come si spende, viene meno la credibilità di ogni richiesta di maggior spesa.

Quanto alla Sardegna, i dati del Ministero della Salute, relativi ai risultati d’esercizio per il IV trimestre 2014, prima delle coperture regionali, registrano una spesa complessiva di 3359 milioni di euro, con un disavanzo di 342 milioni di euro, il peggiore in Italia, dopo quello di 411 milioni del Lazio.

Non meglio va l’incremento della spesa sanitaria della nostra regione rispetto al 2013: 50 milioni di euro (1,5%), il quarto peggior risultato del Paese. Di fronte a questi numeri non c’è più tempo per i riti bizantini e i giri di parole della politica sarda, che ha sempre paura di scontentare qualcuno. La Sardegna è invece oggi chiamata a decisioni coraggiose, senza pregiudizi.

Presentando il Def, il premier Renzi ha detto che ci sono regioni che hanno 7 province e 22 Asl. In Sardegna senza i Riformatori e gli oltre 500mila sardi che hanno votato sì ai referendum non si parlerebbe del taglio delle 8 province e della proposta di una sola Asl. Bisogna partire dalla consapevolezza che per difendere i diritti di salute dei sardi servono scelte di innovazione e cambiamento, in forte discontinuità con la melassa vischiosa a cui siamo abituati.

Elisoccorso per un dirigente del 118 sì, posto in ospedale per neonata no

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

 

VARGIU — Al Ministro della Salute — Per sapere – premesso che:

 

come riportato dall’Unione Sarda del 16 febbraio 2015, nella notte del 15 gennaio scorso un velivolo dell’Elisoccorso del 118 della Sicilia, con a bordo personale specializzato, è stato inviato ad Alghero per riportare nel territorio siciliano il direttore della Centrale operativa del 118 di Palermo che aveva accusato un grave malore, mentre si trovava sulla costa nord occidentale della Sardegna;

 

Stando alle notizie riportate dai media, il professionista avrebbe improvvisamente accusato un dolore al petto, per cui alle 23 è giunta al 118 sardo una chiamata di soccorso, che ipotizzava il rischio di un infarto. L’ ambulanza medicalizzata prontamente intervenuta avrebbe portato il paziente nell’ospedale di Alghero, dove sarebbe stata posta diagnosi di aneurisma dissecante, con conseguente, urgente indicazione chirurgica;

 

il paziente avrebbe però rifiutato il ricovero nel centro specializzato di cardiochirurgia di Sassari prontamente allertato, chiedendo invece l’intervento della centrale siciliana del 118 per cui, alle 6 del mattino, un elicottero sarebbe arrivato ad Alghero per il trasferimento del professionista a Palermo, dove avrebbe ricevuto le cure chirurgiche del caso;

la competenza sul servizio di Elisoccorso della Regione Sicilia dipende dalla centrale operativa del 118 che a sua volta dipende dall’assessorato regionale alla Salute, come dichiarato anche dal presidente del consiglio di Gestione della Seus (Sicilia Emergenza Urgenza Sanitaria), Gaetano Montalbano;

 

l’assessore regionale alla Salute avrebbe disposto un accertamento e una richiesta di chiarimento sulle ragioni dell’invio del velivolo, come dichiarato dal responsabile della centrale operativa del 118 di Messina e referente regionale per l’emergenza per il ministero della Salute, Bernardo Alagna, secondo il quale il servizio di Elisoccorso in Sicilia disporrebbe di 6 velivoli;

 

nei giorni scorsi una neonata è morta all’ospedale di Ragusa, nel reparto di rianimazione pediatrica, dopo essere stata trasferita d’urgenza in ambulanza da una clinica privata di Catania. La bimba, che aveva avuto gravi crisi respiratorie dopo la nascita, era stata trasferita perché nel capoluogo etneo non c’erano posti disponibili, ma è morta prima del ricovero;

 

nella tragica circostanza è stato contattato il 118, che ha cercato e trovato inutilmente una Utin soltanto nell’ospedale “Paternò-Arezzo” di Ragusa-;

 

 

se l’elisoccorso della Regione Sicilia sia routinariamente a disposizione per trasferire i pazienti siciliani in condizioni critiche nei presidi di loro scelta sul territorio nazionale, anche quando tali pazienti siano già ricoverati presso strutture sanitarie assolutamente adeguate;

 

se non ravvisi nelle situazioni esposte in premessa una inaccettabile differenza di trattamento e una intollerabile differenza di diritti sanitari percepiti, che evoca una sanità a due velocità, con un grado di tutela che cresce in relazione al ruolo sociale del paziente, contraddicendo in tal modo alla radice i principi di equità ed universalità del sistema sanitario.

Elisoccorso per funzionario 118, garantire tutti. No a due sanità nella stessa regione

Qualche giorno fa ci hanno spiegato che una neonata è morta dopo tre ore di vita perché mancavano i posti nelle Unità di terapia intensive prenatale degli ospedali di Catania. Oggi veniamo a sapere che un elisoccorso salva la vita del direttore della Centrale operativa del 118 di Palermo, partendo all’alba dalla Sicilia verso la Sardegna.

Auguriamo al dirigente del 118 di guarire presto, ma nello stesso tempo non possiamo non pensare a quanti cittadini non hanno potuto accedere alle cure necessarie in maniera tempestiva per la propria sopravvivenza perché magari non in posizioni apicali.

In Sicilia, come in tantissime altre regioni, ci sono due sanità diverse. Un sistema sanitario che funziona per davvero garantisce il diritto alla salute di tutti, soprattutto dei più deboli

 

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INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

 

VARGIU — Al Ministro della Salute — Per sapere – premesso che:

come riportato dall’Unione Sarda del 16 febbraio 2015, nella notte del 15 gennaio scorso un velivolo dell’Elisoccorso del 118 della Sicilia, con a bordo personale specializzato, è stato inviato ad Alghero per riportare nel territorio siciliano il direttore della Centrale operativa del 118 di Palermo che aveva accusato un grave malore, mentre si trovava sulla costa nord occidentale della Sardegna;

stando alle notizie riportate dai media, il professionista avrebbe improvvisamente accusato un dolore al petto, per cui alle 23 è giunta al 118 sardo una chiamata di soccorso, che ipotizzava il rischio di un infarto. L’ ambulanza medicalizzata prontamente intervenuta avrebbe portato il paziente nell’ospedale di Alghero, dove sarebbe stata posta diagnosi di aneurisma dissecante, con conseguente, urgente indicazione chirurgica;

il paziente avrebbe però rifiutato il ricovero nel centro specializzato di cardiochirurgia di Sassari prontamente allertato, chiedendo invece l’intervento della centrale siciliana del 118 per cui, alle 6 del mattino, un elicottero sarebbe arrivato ad Alghero per il trasferimento del professionista a Palermo, dove avrebbe ricevuto le cure chirurgiche del caso;

la competenza sul servizio di Elisoccorso della Regione Sicilia dipende dalla centrale operativa del 118 che a sua volta dipende dall’assessorato regionale alla Salute, come dichiarato anche dal presidente del consiglio di Gestione della Seus (Sicilia Emergenza Urgenza Sanitaria), Gaetano Montalbano;

l’assessore regionale alla Salute avrebbe disposto un accertamento e una richiesta di chiarimento sulle ragioni dell’invio del velivolo, come dichiarato dal responsabile della centrale operativa del 118 di Messina e referente regionale per l’emergenza per il ministero della Salute, Bernardo Alagna, secondo il quale il servizio di Elisoccorso in Sicilia disporrebbe di 6 velivoli;

nei giorni scorsi una neonata è morta all’ospedale di Ragusa, nel reparto di rianimazione pediatrica, dopo essere stata trasferita d’urgenza in ambulanza da una clinica privata di Catania. La bimba, che aveva avuto gravi crisi respiratorie dopo la nascita, era stata trasferita perché nel capoluogo etneo non c’erano posti disponibili, ma è morta prima del ricovero;

nella tragica circostanza è stato contattato il 118, che ha cercato e trovato inutilmente una Utin soltanto nell’ospedale “Paternò-Arezzo” di Ragusa-;

 

se l’elisoccorso della Regione Sicilia sia routinariamente a disposizione per trasferire i pazienti siciliani in condizioni critiche nei presidi di loro scelta sul territorio nazionale, anche quando tali pazienti siano già ricoverati presso strutture sanitarie assolutamente adeguate;

se non ravvisi nelle situazioni esposte in premessa una inaccettabile differenza di trattamento e una intollerabile differenza di diritti sanitari percepiti, che evoca una sanità a due velocità, con un grado di tutela che cresce in relazione al ruolo sociale del paziente, contraddicendo in tal modo alla radice i principi di equità ed universalità del sistema sanitario.

Stamina, il ministro Lorenzin si attivi per dare sostegno ai malati. Il patteggiamento di Vannoni non cancella il dolore di chi soffre

La conclusione del caso Stamina, con la richiesta di patteggiamento a un anno e dieci mesi di condanna da parte del professor Vannoni, lascia un immenso amaro in bocca. È il dolore profondo generato dalla tenda da campo, montata in piazza Montecitorio, che ancora ospita il presidio di alcuni dei pazienti. Oggi la disperazione di queste persone e delle loro famiglie è purtroppo più grande della speranza di guarigione a loro prospettata alcuni mesi fa.

Faccio dunque appello al Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, perché attivi tutte le possibilità di ascolto e di sostegno, anche sanitario ed economico: i veri danneggiati di questo caso non possono rimanere abbandonati dallo Stato.

Dopo la richiesta di patteggiamento, Vannoni resta solo davanti alla giustizia umana, abbandonato dai tanti sostenitori pubblici “importanti” che, forse in modo incauto e approssimativo, ne avevano sposato la causa. Non è giusto invece che restino sole le vere vittime di questa vicenda, le centinaia di pazienti gravissimi, spesso incurabili, simbolicamente ospitati dalla tenda di fronte al Parlamento.

Ebola, l’Italia chieda e guidi una task force UE

Su Ebola l’Europa deve dare una risposta forte. E’ per questo che con Ilaria Capua, abbiamo chiesto che l’Italia, Presidente di turno dell’UE, nell’ambito degli organismi istituzionali preposti, assuma leadership per fronteggiare immediatamente e in modo coordinato l’emergenza sanitaria.

Servono decisioni rapide per affrontare in modo appropriato ogni possibile elemento di crisi.

L’Italia è uno dei paesi europei più attrezzati a fronteggiare l’epidemia e ha autorevolezza e competenze riconosciute a livello internazionale da mettere a disposizione della comunità mondiale perché questa è un’emergenza che potrebbe assumere caratteristiche drammatiche e riguardare molti cittadini dell’UE.

Quello che sta succedendo in Spagna non va sottovalutato. L’Italia e l’Europa facciano la loro parte, assumendosi le responsabilità e mettendo in campo le loro risorse in sanità pubblica.

 L’articolo su La Stampa

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IL TESTO DELLA MOZIONE

Mozione

presentata da CAPUA

Cofirmatari:
VARGIU, CATANIA, CIMMINO, D’AGOSTINO, GALGANO, MATARRESE, MAZZIOTTI, MOLEA, MONCHIERO, OLIARO, QUINTARELLI, RABINO, SOTTANELLI, TINAGLI, VECCHIO
La Camera,

premesso che:

il 22 marzo scorso è stata comunicata l’identificazione di Ebolavirus da campioni di sangue analizzati presso il laboratorio di livello di biosicurezza 4 di Lione, Francia, dopo che il 10 marzo 2014 il Ministero della Salute della Guinea Conacry è stato allertato da ospedali e servizi sanitari pubblici della regione forestale di Guéckédou e Macenta, Sud-Est del Paese, in relazione ad una misteriosa epidemia caratterizzata da febbre, vomito, diarrea, in alcuni casi emorragie, ed apparente alta letalità e che, il 18 marzo, un team di Medici Senza Frontiere (MSF), attivo dal 2010 nella regione, raggiunge l’area interessata a supporto dei servizi locali e quattro giorni dopo vengono segnalati all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) 49 casi e 29 decessi;

il virus non è stato introdotto in Guinea da altri Paesi, ma si è evoluto in parallelo ad altri EBOV e circolava nella popolazione umana di questa regione già da qualche tempo, come rilevato da un’indagine retrospettiva che ha portato a scoprire che il primo caso di questa epidemia, denominata malattia da virus Ebola (EVD), si sia verificato in Guinea in una bambina di 2 anni, deceduta con sintomi compatibili il 6 Dicembre 2013 nella regione di Guéckédou, seguito dal cluster tra i suoi familiari;

nei mesi successivi altri casi sono stati segnalati dalla confinante Liberia e in Sierra Leone, raggiungendo le rispettive capitali, in Nigeria e in Senegal. Questa epidemia costituisce il primo focolaio di Ebola in Africa occidentale e rappresenta il venticinquesimo focolaio a livello mondiale da quando la malattia è stata scoperta nel 1976 in Zaire;

secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) il bilancio complessivo delle vittime di Ebola aggiornato a mercoledì 1 ottobre è di 3.439 morti su un totale di 7.492 casi in Africa occidentale, mentre in Sierra Leone nella sola giornata di sabato 4 ottobre sono stati registrati 121 morti e 81 nuovi casi, tra cui quello di un dipendente norvegese di MSF;

il coinvolgimento della popolazione locale risulta particolarmente problematico, a causa della mancanza di fiducia e resistenza alle attività di sorveglianza, di pratiche culturali che perpetuano l’epidemia, della stigmatizzazione dei malati e delle famiglie e della mancata percezione del rischio fino al rifiuto della malattia. Parte delle attività di prevenzione e controllo consiste nella diffusione a livello locale e tramite media di messaggi di sanità pubblica volti a ridurre il rischio di contagio dall’animale all’uomo e da persona a persona e della necessità di cure in ambito sanitario;

non c’è evidenza che le misure di controllo raccomandate siano insufficienti a scongiurare il contagio se correttamente applicate né di un cambiamento nell’infettività del virus tale da spiegare il contagio sempre più frequente in ambito sanitario. È invece evidente che brecce nell’adozione e nel mantenimento delle misure di prevenzione, accanto all’esposizione a un sempre maggior numero di casi, siano alla base dei contagi degli operatori sanitari;

il 30 settembre 2014 le autorità sanitarie degli Stati Uniti americane hanno annunciato un caso di EVD identificato a Dallas in un cittadino di nazionalità liberiana che era arrivato il 20 settembre dalla Liberia via Bruxelles. Il paziente liberiano aveva contratto il virus a Monrovia aiutando il la figlia di una coppia di amici a recarsi in ospedale. La giovane donna era stata colpita da Ebola il 15 settembre, soltanto cinque giorni prima della partenza per gli Stati Uniti. Il caso negli USA rappresenta il primo caso diagnosticato fuori dall’Africa occidentale;

il 6 ottobre 2014 i risultati dei test iniziali hanno registrato il primo caso di Ebola in Spagna, confermando il contagio per un’infermiera che curò il missionario Manuel Garcia Viejo, morto il 25 settembre a Madrid dopo aver contratto la malattia in Sierra Leone;

l’8 agosto 2014 l’OMS ha dichiarato l’epidemia di ebola un emergenza di sanità pubblica di evento di rilevanza internazionale;

il 18 settembre 2014, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha riconosciuto lo scoppio Ebola come “una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale” e ha adottato all’unanimità la Risoluzione 2177/2014, per la creazione di un’iniziativa a livello ONU per coordinare le attività di tutte le agenzie delle Nazioni Unite per affrontare la crisi;

Ebola rappresenta la seconda malattia che nella storia ottiene l’attenzione del Consiglio di Sicurezza. Si tratta di un evento senza precedenti in termini di dimensioni, distribuzione geografica ed interessamento di zone urbane densamente popolate, pur tenendo in considerazione che l’epidemia non ha ancora raggiunto il suo picco ed è ancora in evoluzione;

il 27 agosto 2014 il Centro Europeo per il controllo delle malattie (ECDC) nel risk assessment su Ebola ha affermato che “le persone infettate con EVD possono arrivare in Europa con voli diretti o indiretti provenienti da paesi colpiti, o a bordo di cargo o navi passeggeri. Una possibilità remota è una catena di trasmissione lungo il percorso utilizzato da migranti irregolari che finiscono sulla sponda meridionale del Mediterraneo e tentano di raggiungere l’Europa via mare. Anche se la probabilità di questo evento è molto piccolo, le conseguenze potrebbero essere devastanti nei centri di detenzione ed a bordo delle navi in mare. Casi di EVD possono viaggiare in fase di incubazione della malattia e quindi non presentare sintomi al momento di arrivo, o possono arrivare malati perché hanno sviluppato sintomi durante il viaggio. La MVE può svilupparsi rapidamente, ed i soggetti non sono sempre consapevoli del fatto che sono stati esposti al virus Ebola. I casi in incubazione non mostrano sintomi e non possono essere rilevati attraverso lo screening nei punti di uscita o di entrata. Essi possono essere inconsapevoli dell’esposizione o negare l’esposizione in occasione della presentazione ad i una struttura sanitaria dell’UE, quindi i medici possono non sospettare EVD”;

l’impegno dell’OMS e dei diversi partner si è rafforzato, per impedire la diffusione del virus oltre che per assistere le popolazioni colpite, anche per mezzo della distribuzione di cibo e altri generi di prima necessità per ridurre al minimo i movimenti della popolazione nelle zone poste in quarantena;

il 16 settembre a Ginevra le Nazioni Unite e i suoi partner umanitari hanno presentato un documento che elenca i servizi, le forniture e gli altri requisiti necessari per affrontare l’epidemia di Ebola in Africa occidentale. Il documento stima in 987,8 milioni di dollari la somma complessiva necessaria per coprire le operazioni di assistenza nei tre paesi più colpiti (Guinea, Liberia e Sierra Leone) nei prossimi sei mesi;

il 30 agosto il Consiglio Europeo straordinario ha sottolineato l’importanza di supportare con risorse umane e finanziarie, in modo coordinato, i Paesi interessati, le ONG e l’OMS, che ha predisposto ed avviato una Roadmap specifica per una risposta coordinata e globale;

il 22 e 23 settembre al Consiglio informale dei Ministri della Salute dell’Unione Europea, si è tenuta una sessione sull’epidemia di EVD dove è stata decisa l’applicazione per la prima volta della Decisione 1082 del 2013, dal momento che le malattie trasmissibili ricadono nell’ambito della sua applicazione (art. 2). È stato ribadito che l’Italia vanta significativi risultati sul piano organizzativo e scientifico, essendo sia uno dei non molti Paesi in grado di gestire in modo idoneo tutte le fasi dell’assistenza a questi pazienti, dalla diagnosi, al trasporto, al ricovero e alla cura, ma anche il Paese che può vantare lo sviluppo, in laboratori siti proprio alle porte di Roma, di uno dei vaccini che in queste settimane sono sottoposti a sperimentazione clinica;

in suddetta sede il Consiglio informale dei Ministri della Salute dell’Unione Europea ha preso atto della severità dell’epidemia in atto in Africa occidentale, così come affermato dall’OMS, e della necessità del ricorso a risorse straordinarie per contenerla e arrestarla;

il Ministero italiano degli Affari Esteri attraverso la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo ha definito un programma di interventi di emergenza da circa 1,5 milioni di euro per contrastare l’epidemia, eventualmente incrementabili fino a 4. La Cooperazione italiana ha stanziato un contributo di 240 mila euro all’Oms per l’invio di medici, la fornitura di farmaci e di attrezzature, il rafforzamento dei sistemi di sorveglianza epidemiologica e il coordinamento e supporto logistico delle attività di risposta all’emergenza. Inoltre finanzierà inoltre l’invio di personale medico italiano specializzato, in particolare di professionalità provenienti dall’ospedale Spallanzani di Roma, centro di eccellenza a livello nazionale ed internazionale per la cura delle malattie infettive e, attraverso un apposito fondo, sosterrà le attività delle Ong italiane presenti nella Regione, in particolare in Sierra Leone. Il contributo si aggiunge a quello di 200 mila euro concesso ad aprile all’Oms per la realizzazione di attività in Guinea Conakry;

nel mese di aprile il Ministero della Salute italiano ha emanato la circolare “Malattia da virus Ebola in Africa Occidentale: Misure di sorveglianza ai punti di ingresso internazionali in Italia” e la prima informativa su Ebola in Italia ed il rafforzamento in via cautelativa le misure di sorveglianza nei punti di ingresso internazionali;

nel mese di luglio il Ministero ha effettuato un aggiornamento della situazione internazionale sulla mancanza di rischi per l’ Italia e in agosto ha emanato una ulteriore Circolare, inviata alle Regioni e ad alle altre Istituzioni interessate, contenente indicazioni per la segnalazione e gestione di eventuali casi sospetti di Malattia da Virus Ebola (MVE), in cui si ribadisce sostanzialmente quanto già previsto dal D.M. 15/12/1990 “Sistema informativo delle malattie infettive e diffusive” e dalla Circolare del 16 ottobre 2006 “Febbri Emorragiche Virali (FEV) – Raccomandazioni e indicazioni per il trasporto”;

l’Italia opera secondo i protocolli previsti dalle circolari ministeriali ed in linea con le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nei confronti di una possibile introduzione del virus Ebola nel nostro Paese, che vede impegnati gli Uffici di sanità marittima aerea e di frontiera del Ministero della Salute e tutte le strutture del Servizio Sanitario Nazionale, sotto il coordinamento del Ministero;
nessun caso sospetto di Ebola è stato segnalato al Ministero della Salute, nonostante la sorveglianza accresciuta;

negli ultimi mesi le strutture del Sistema Sanitario Nazionale, in collaborazione con gli uffici ministeriali e con l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani”, hanno gestito alcune segnalazioni di possibili casi di importazione di malattia di Ebola, poi non confermate dalle analisi svolte, applicando i protocolli stabiliti nelle circolari diramate a suo tempo dal Ministero;

l’Aeronautica Militare – unica componente aerea in grado di eseguire una tale operazione in Europa oltre alla britannica RAF – dispone di velivoli ed attrezzature unici per il trasporto di malati altamente infettivi attraverso una speciale barella di bio-contenimento, denominata ATI (Aircraft Transport Isolator). Le attrezzature sono dislocate presso il Reparto Medicina del Centro Sperimentale di Volo (CSV) di Pratica di mare e il sistema è stato utilizzato in numerose missioni per trasporto di pazienti infettivi ed altamente infettivi;

l’Italia dispone della rete degli Uffici di Sanità Marittima, Aerea e di Frontiera (USMAF), quali articolazioni periferiche del Ministero della Salute, cui sono affidati i compiti di profilassi internazionale e sanità transfrontaliera in capo allo Stato. Tali USMAF garantiscono la continuità della difesa sanitaria del territorio nazionale dal rischio di importazione di malattie infettive attraverso i movimenti internazionali di mezzi di trasporto e persone e dispongono di 12 Uffici principali suddivisi a loro volta in 37 Unità territoriali, dislocati in corrispondenza dei maggiori porti ed aeroporti nazionali per la messa in atto di misure atte a ridurre o minimizzare il rischio di diffusione di malattie infettive ed altre minacce per la salute, esercitando attività di vigilanza non solo su viaggiatori e mezzi di trasporto ma anche su merci destinate al consumo umano in importazione da Paesi non appartenenti all’Unione Europea, quali alimenti di origine non animale, materiali ed oggetti destinati a venire in contatto con alimenti (MOCA) ed altri prodotti di rilevanza sanitaria quali dispositivi medici, cosmetici e farmaci non autorizzati in Italia. Per ridurre il rischio di introduzione di malattie infettive sul territorio nazionale, gli USMAF funzionano anche come centri di profilassi per viaggiatori internazionali, fornendo consulenza specialistica e raccomandazioni sulle misure di prevenzione appropriate in relazione alla meta e durata e scopo del viaggio e somministrando le vaccinazioni internazionali obbligatorie (allo stato la sola vaccinazione contro la febbre gialla) o raccomandate;

il Ministero della Salute ha segnalato che in Italia si dispone, da tempo, di un protocollo per l’evacuazione ed il trasporto in condizioni di alto isolamento di pazienti infetti/malati, già utilizzato in diverse occasione, e di stanze di ricovero ad alto isolamento, presso l’INMI Spallanzani di Roma e l’Ospedale Sacco di Milano (decreto interministeriale esteri, salute, interni, difesa del 23 novembre 2010);

l’Italia ha contribuito da marzo 2014, immediatamente dopo l’identificazione del focolaio di Ebola, al dispiegamento di un laboratorio mobile di alto biocontenimento (BSL4) finanziato dalla Commissione Europea (DEVCO) in Guinea Conacry e gestito dal Consorzio Europeo European Mobile Lab (EMLab);

l’Italia partecipa a tale Consorzio con l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” che ha avviato il laboratorio sotto l’egida dell’OMS, unitamente all’Istituto di Microbiologia dell’Istituto Federale Bundeswehr di Monaco, all’Istituto di Medicina Tropicale Bernhard-Nocht di Amburgo ed al Laboratorio P4 – Jean Mérieux di Lione. La gestione del Laboratorio è stata successivamente supportata da personale dell’Agenzia di sanità pubblica inglese e di altri Istituti europei. Su richiesta dell’OMS lo stesso Istituto ha inviato un clinico esperto in Nigeria per fornire competenze cliniche e supporto tecnico alla gestione delle unità di isolamento speciale per Ebola a Lagos;

all’ inizio di settembre 2014 è partito dall’Istituto Spallanzani di Roma il terzo laboratorio mobile europeo di massima sicurezza, ed ubicato a Foya, in Liberia. In particolare è stata curata in Italia o la preparazione del laboratorio, la spedizione, il montaggio e l’attivazione del laboratorio, garantirà la presenza di propri virologi fin dal primo team.

l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma è stato identificato nel 2003 quale membro italiano del Global Outbreak Alert and Response Network (GOARN) coordinato dall’OMS ed in tale veste ha effettuato numerosi interventi in precedenti epidemie di febbre emorragica. La stessa Istituzione è stata riconosciuta nel 2009 quale Centro collaboratore dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’assistenza, la diagnosi, la risposta e la formazione sulle patologie ad elevata pericolosità, coordina la rete europea dei laboratori di biosicurezza di livello 4 e, grazie alla sua esperienza e professionalità, ha già contribuito in passato sempre su richiesta dell’OMS è tra quelli già in passato ha contribuito con interventi di supporto ai paesi, aspetti diagnostico-clinici nei paesi africani in cui si sono verificate epidemia di Febbre Emorragica Virale per controllare l’evento sul posto;

gli Stati Uniti si stanno preparando ad aumentare e migliorare gli screening nei principali aeroporti per cercare di tenere sotto controllo Ebola, come annunciato in data 6 ottobre 2014 dal presidente Obama e da Tom Frieden – il direttore del Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), l’organo di controllo sulla sanità pubblica negli USA. È in corso infatti una consultazione con il Congresso, con gli esperti e con la Casa Bianca per arrivare a una decisione sull’argomento;

non tutti i Paesi europei hanno lo stesso grado di preparazione nell’affrontare eventuali emergenze sanitarie legate alla possibile diffusione nel nostro Continente dell’epidemia del virus Ebola, né è possibile pensare a strategie di prevenzione e di gestione dell’emergenza che abbiano dimensione esclusivamente nazionale;
il semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea pone in carico al nostro Paese specifici ruoli e responsabilità;
impegna il Governo:

a rafforzare le capacità diagnostiche con un laboratorio mobile italiano in Sierra Leone, garantendo anche le attrezzature, i reagenti ed il trasferimento tecnologico agli operatori locali;

a supportare i Paesi attraverso il potenziamento delle capacità di ricerca dei contatti e l’isolamento dei pazienti, il rafforzamento dei sistemi di sanità pubblica;
a promuovere un livello di assistenza alle persone colpite che sia rispondente agli standard previsti dall’OMS per la gestione delle febbri emorragiche, anche con l’invio di clinici esperti;

a sostenere iniziative di diagnosi e ricerca sul serbatoio animale in linea con la visione “One World One Health”;

a intraprendere tutte le azioni necessarie per garantire la corretta adozione di adeguate misure di biosicurezza in considerazione del rischio di importazione di casi, attuando ogni misura necessaria per il monitoraggio e la identificazione precoce dei sospetti, scongiurando e limitando i reali ed evidenti pericoli di ritardata diagnosi e conseguente applicazione delle misure necessarie, come verificatosi in un altro paese occidentale
ad adoperarsi e attivarsi, con determinazione, presso tutte le sedi comunitarie e internazionali, in accordo con gli altri Stati membri che, come l’Italia, sono impegnati nel fronteggiare questa pericolosa epidemia

a supportare le attività conto EBV in corso in Italia ed all’estero, concentrandosi su quanto ha già dimostrato capacità organizzative e gestionali

a promuovere l’utilizzo e la completa attivazione delle capacità e delle strutture disponibili nel Paese

a valutare gli interventi da attuare nelle zone colpite evitando inutili duplicazioni con quanto già attivato da altri Paesi. In particolare il Paese dovrà operare con il principio di massimo coordinamento con le agenzie internazionali, evitando inutili e costose duplicazioni

a mettere in atto ogni misura per garantire ai cittadini italiani l’evacuazione aeromedica in caso di necessità di rimpatrio dai paesi colpiti;

a chiedere l’urgente istituzione di un’unità di crisi europea, a guida tecnica e scientifica italiana, che possa fronteggiare immediatamente e in modo coordinato ogni eventuale emergenza sanitaria legata ad Ebola sul territorio europeo, consentendo decisioni rapide, che individuino i Paesi referenti e gli strumenti da utilizzare per affrontare in modo appropriato ogni possibile elemento di crisi.

 

Ebola, è emergenza mondiale. Anche la Sardegna si prepari

Oggi, nelle Commissioni Sanità ed Esteri, il Ministro Lorenzin ha dato i numeri del disastro Ebola: 3450 morti da gennaio ad oggi, 121 nella sola giornata di sabato in Sierra Leone. Il picco di contagio deve ancora arrivare e il Presidente Obama ha dichiarato “fuori controllo” l’epidemia e ha deciso l’invio di tremila militari americani nelle aree di crisi.

Focolai del virus, peraltro ora sotto controllo, hanno colpito anche Nigeria e Senegal, comunità ampiamente rappresentate in Sardegna, così come, al di là dei rapporti commerciali e turistici, è possibile che cooperanti sardi siano al lavoro in Liberia, Sierra Leone e Guinea, a stretto contatto con i malati e, conseguentemente, ad alto rischio di contagio.

Per questo ho scritto all’assessore alla Sanità della nostra Regione, Luigi Arru.

La lunga incubazione della malattia (21 giorni) rende difficili i controlli in ingresso, per cui è importantissimo che anche la Regione Sardegna attivi un sistema dedicato di allarme sanitario, in grado di identificare e testare immediatamente eventuali casi sospetti, per garantire in modo assoluto la sicurezza sanitaria di tutti coloro che vivono in Sardegna.

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La lettera integrale all’assessore alla Sanità della Regione Sardegna

Alla c.a. dell’assessore Regionale alla Sanità della Regione Autonoma della Sardegna
dottor Luigi Arru

Roma, 7 ottobre 2014

Caro Assessore,
nella mattinata odierna, la Commissione Sanità della Camera ha ascoltato, insieme alla Commissione Affari Esteri, il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, sul dramma della epidemia del virus Ebola che sta flagellando il West Africa, diventando una tragedia epocale in Paesi pressoché privi di sistema sanitario.

Il Ministro Lorenzin ha dato numeri agghiaccianti (3450 morti da gennaio ad oggi, 121 nella sola giornata di sabato in Sierra Leone), ma soprattutto ha sottolineato come il picco di contagio debba ancora arrivare, al punto da indurre il Presidente Obama a dichiarare “fuori controllo” l’epidemia e decidere l’invio di tremila militari americani nelle aree di crisi.

È di ieri la notizia dei primi contagi in Europa di operatori sanitari che hanno avuto contatti con pazienti affetti da Ebola, nel contesto dell’attività di cura, all’interno di ospedali europei.

Il Ministro Lorenzin ha anche riferito sulle attività di prevenzione di cui l’Italia è protagonista, in collaborazione con l’OMS e l’Unione Europea, sottolineando il rischio relativamente basso per la popolazione italiana, ma anche la necessità di un grande livello di attenzione per la segnalazione precoce di casi sospetti.

Sappiamo che focolai del virus, peraltro ora sotto controllo, hanno colpito anche Nigeria e Senegal, comunità ampiamente rappresentate in Sardegna, così come, al di là dei rapporti commerciali e turistici, è possibile che cooperanti sardi siano al lavoro in Liberia, Sierra Leone e Guinea, a stretto contatto con i malati e, conseguentemente, ad alto rischio di contagio.

Come Lei ben sa, la scarsa tracciabilità degli spostamenti delle persone e la lunga incubazione della malattia (21 giorni) rendono comunque assai difficili i pur indispensabili controlli in ingresso per cui appare davvero importante che anche la Sardegna applichi tutte le azioni di prevenzione disposte dal Ministero della Salute.

Ma soprattutto, vorrei richiamare con urgenza la Sua attenzione sulla necessità che la Sardegna attivi immediatamente un sistema dedicato di allarme sanitario, con una vera e propria “unità di crisi” che sia in grado di identificare e testare immediatamente eventuali casi sospetti, per garantire in modo assoluto la sicurezza sanitaria di tutti coloro che vivono in Sardegna.

Nel ringraziarLa per l’attenzione, Le porgo i più cordiali saluti.

Pierpaolo Vargiu

Medicina generale, annullare test irregolari. L’interrogazione al ministro Lorenzin

Se i concorsi per l’accesso ai corsi di medicina generale sono stati irregolari, vanno annullati e rifatti. In molti hanno segnalato disservizi che hanno inficiato la regolarità delle prove: inadeguata sorveglianza, sforamento dei tempi per la consegna dei quiz, mancato utilizzo di codice a barre per preservare l’anonimato dei candidati e altre carenze organizzative nel processo di selezione.

Per fronteggiare la probabile gazzarra di ricorsi amministrativi che paralizzerebbe i corsi di formazione, è opportuno intervenire presto, inviando gli ispettori del Ministero per verificare la fondatezza delle segnalazioni ed, eventualmente, annullare subito e ripetere i test irregolari.

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VARGIU – Al Ministro della Salute – Si chiede di sapere – Premesso che:

lo scorso 17 settembre 2014 si sono tenute in tutta Italia le selezioni su base regionale per l’accesso ai corsi di formazione specifica di medicina generale;

in seguito alle molte segnalazioni di denunce sui disservizi e sulle presunte irregolarità nello svolgimento di tali selezioni, diverse rappresentanze professionali, in particolare dei giovani medici, hanno richiesto che le Regioni predispongano l’immediato congelamento della correzione dei test e della pubblicazione delle graduatorie di merito, in attesa che venga fatta piena chiarezza su quanto sembrerebbe aver sostanzialmente inficiato la regolarita’ della prova in diverse realta’ del Paese;

secondo le numerose segnalazioni, vi sarebbe stata da parte del Ministero e delle Regioni una sottovalutazione del numero dei partecipanti, con la conseguente predisposizione di aule inadeguate ed insufficienti al numero dei candidati;

tale carenza organizzativa avrebbe provocato gravi criticità gestionali (inadeguata sorveglianza, mancata verifica dell’eventuale possesso di smartphone e tablet, tempi dilatati nell’espletamento delle procedure di riconoscimento dei candidati, sforamento dei tempi per la consegna delle prove a quiz, concessione del permesso di uscire e rientrare durante le svolgimento delle prove) ed un approssimativo sistema di selezione (mancata dissociazione tra la busta contenente l’anagrafica del candidato e l’elaborato, disutilizzo di codice a barre per preservare l’anonimato dei candidati, previsione di correzioni a porte chiuse in assenza di una rappresentanza dei candidati, ovvero mancato affidamento delle correzioni ad enti terzi, eccetera);

le svariate irregolarita’ formali e sostanziali che sono state segnalate espongono le prove d’esame al concreto rischio di numerosi ricorsi amministrativi, con la conseguente, possibile paralisi dei corsi di formazione;

se non ritenga opportuno inviare immediatamente i propri ispettori al fine di esercitare le doverose competenze in materia di vigilanza e controllo per verificare la fondatezza delle tante segnalazioni di irregolarita’ emerse sino ad ora.

Qualora le segnalazioni trovassero riscontro, se non ritenga opportuno disporre l’annullamento immediato del test e la sua ripetizione in condizioni di sicurezza e piena legittimita’, assicurando il più rigoroso rispetto della legalità, trasparenza ed imparzialità.

Assistenza sanitaria a rischio sull’isola de La Maddalena

Interrogazione al ministro Lorenzin: “Piena funzionalità per l’ospedale Merlo nei mesi estivi. Perché non è ancora operativa la camera iperbarica?”

L’Isola de La Maddalena ha potuto storicamente contare su un presidio ospedaliero, il Paolo Merlo, che ha soddisfatto lungamente le esigenze sanitarie degli abitanti (12mila residenti d’inverno, fino a punte di 50-60000 nel periodo estivo). Oggi la Regione tende ad eliminare gradualmente le attività di questo presidio, mentre invece questa realtà deve poter gestire le necessità più immediate dei residenti e degli ospiti estivi, garantendo primo soccorso e assistenza ai pazienti acuti in situazioni di emergenza ed urgenza.

Il Merlo rappresenta una di quelle isole nell’isola che non possono subire tagli col machete. In un territorio particolare come la Sardegna quanto a caratteristiche geografiche e demografiche bisogna sì chiudere gli ospedali finti, ma non possiamo negare la prima assistenza a decine di migliaia di turisti su un’isola che vede proprio nel turismo la principale se non unica fonte di sviluppo.

Nell’interrogazione si chiede inoltre che entri subito in funzione la camera iperbarica del Merlo -una delle due presenti sull’intero territorio sardo-, non ancora operativa dopo la sostituzione della vecchia attrezzatura che aveva diciassette anni di vita.

Secondo notizie di stampa, la ASL 2 di Olbia avrebbe garantito la piena operatività della nuova camera iperbarica entro la prima settimana di agosto. Parliamo di un’apparecchiatura fondamentale in un’area in cui è molto praticata l’attività subacquea e in un periodo in cui è maggiore il rischio di emergenze per malattie da decompressione.

Ebbene la nuova camera iperbarica risulterebbe già consegnata all’Ospedale Merlo, ma non è ancora operativa e questo disservizio in questo primo scorcio d’estate ha costretto ben cinque pazienti colpiti da embolia al trasferimento d’urgenza nell’unica camera iperbarica sarda operativa nel Marino di Cagliari.

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L’INTERROGAZIONE INTEGRALE

Interrogazione a risposta scritta

Vargiu – Al ministro della sanità – Per sapere – premesso che

La Sardegna ha una configurazione orografica e demografica assolutamente particolare. Con i suoi 24.000 chilometri quadrati di territorio è infatti una delle più estese Regioni italiane, ma con i suoi 1600000 abitanti ha anche la più bassa densità di abitanti per chilometro quadrato di tutta l’Italia;

le criticità discendenti da tali peculiarità sono ulteriormente amplificate dalla carenza delle rete viaria e delle comunicazioni, con una elevata quantità di piccoli comuni, insufficientemente collegati con i centri più importanti;

per effetto di tali difficoltà, risulta assai difficile in Sardegna dare omogeneità ai livelli qualitativi dei servizi al cittadino e, più ancora, risulta spesso impossibile garantire servizi di qualità con costi che siano paragonabili a quelli di altre regioni italiane, che hanno differente distribuzione delle concentrazioni di popolazione;

tale sofferenza si riscontra anche nella organizzazione dei servizi sanitari: in Sardegna è accentuata più che altrove la tendenza ad accentrare la risposta sanitaria all’interno delle strutture ospedaliere, spesso oltremodo diffuse nel territorio nel tentativo, talora inappropriato, di costituire punti di riferimento per l’erogazione dell’assistenza sanitaria;

tale situazione ha portato la Regione Autonoma della Sardegna a disporre –attraverso le Aziende Sanitarie Locali- un’attività di riconversione delle strutture ospedaliere di minori dimensioni, nel tentativo di fornire una risposta sanitaria più appropriata rispetto ai reali bisogni di salute delle popolazioni;

esistono peraltro in Sardegna delle particolarità territoriali assolute, rappresentate dalle “isole nell’isola”, che necessitano una filosofia d’approccio differente rispetto a quella di qualsivoglia situazione apparentemente simile;

da questo punto di vista, l’isola di La Maddalena rappresenta senz’altro una condizione straordinaria: si tratta infatti di un insediamento di 12.000 abitanti che, nel periodo estivo, per la sua notevole vocazione turistica, quadruplica o quintuplica la propria popolazione, raggiungendo punte di 50-60000 residenti;

per effetto di tale carico antropico, decisamente più elevato nel periodo estivo, l’Isola de La Maddalena ha potuto storicamente contare su un presidio ospedaliero, il “Paolo Merlo”, che ha soddisfatto lungamente le esigenze sanitarie della comunità maddalenina e dei turisti ospitati, consentendo di coprire le principali necessità sanitarie e di sopperire alle difficoltà nei trasporti anche a finalità assistenziali, per via mare e per via aerea, legate agli agenti atmosferici;

le attuali linee strategiche di programmazione sanitaria regionale tendono alla graduale eliminazione dell’attività di elezione complessa presso il P.O. Merlo, che deve però restare in grado di gestire le necessità più immediate dei residenti e degli ospiti estivi, garantendo in particolare le attività di primo soccorso e di stabilizzazione dei pazienti acuti in condizioni di emergenza-urgenza;

una delle due camere iperbariche operative in Sardegna è sempre stata localizzata presso il P.O. Merlo;

tale localizzazione appare ancora oggi razionale in quanto larga parte dell’attività subacquea diportistica e professionale è concentrata in Gallura;

in particolare, circa la metà degli 85 centri diving sardi è ubicato nel territorio costiero della Gallura, per un computo totale stimato di oltre 50.000 immersioni/anno;

la razionalità di tale scelta trova dunque riscontro nella decisione della amministrazione di provvedere alla sostituzione della vecchia camera iperbarica, con una nuova struttura tecnologica, dotata di 10 + 2 posti all’avanguardia sotto il profilo sanitario, finanziata dalla UE, per un importo di quasi 700.000 euro;

all’atto della chiusura dell’attività della vecchia camera iperbarica (che aveva diciassette anni di vita!), secondo le notizie di stampa, la ASL 2 di Olbia avrebbe correttamente preso l’impegno di garantire la piena operatività della nuova camera iperbarica maddalenina entro la prima settimana dell’agosto 2014, al fine di fronteggiare le possibili emergenze nel periodo di maggior carico potenziale della struttura;

la logistica per accogliere la nuova camera iperbarica risulterebbe completata e, addirittura, l’apparecchiatura risulterebbe già consegnata all’Ospedale Merlo. Ciò nonostante essa non è ancora operativa, privando l’intero nord Sardegna di una risposta sanitaria fondamentale che, solo in questo primo scorcio d’estate, ha costretto il trasferimento d’urgenza nell’unica camera iperbarica sarda, operativa nel P.O. Marino di Cagliari, di ben cinque casi di pazienti colpiti da embolia;

la situazione di precarietà dell’assistenza sanitaria a La Maddalena desta comprensibili preoccupazioni nella popolazione ed è un freno per lo stesso sviluppo turistico dell’Isola, già gravemente compromesso dagli errori di programmazione delle strategie di riconversione economica conseguenti alla scelta dell’utilizzo delle attività militari abbandonate;

quali interventi il Ministro della Sanità intenda adottare

per garantire la piena funzionalità del P.O. Merlo di La Maddalena, in particolare relativamente alla sua capacità di fronteggiare interventi di stabilizzazione dei pazienti nell’emergenza-urgenza, integrati nella rete regionale del 118, che tengano conto delle peculiarità di isolamento geografico legati all’insularità e del notevole incremento di popolazione residente che si verifica nell’isola di La Maddalena durante i mesi estivi;

per garantire l’immediata entrata in funzione della camera iperbarica dell’Ospedale di la Maddalena, accelerando tutte le procedure di collaudo e di messa in esercizio, affinché sia quanto prima superata l’attuale inqualificabile situazione di inutilizzo di attrezzature tecnologiche indispensabili per l’intero nord Sardegna;

per verificare quali siano i motivi per cui la sostituzione della vecchia camera iperbarica del P.O. Merlo, per quanto ampiamente programmata stante la vetustà della vecchia apparecchiatura, sia stata realizzata nel pieno della stagione turistica estiva, quando maggiore è il rischio di emergenze per malattia da decompressione nelle coste del nord Sardegna.

Eterologa, il Parlamento si assuma le sue responsabilità. Le coppie italiane non possono più aspettare

Dopo la bocciatura della Corte Costituzionale il quadro è chiaro: il Parlamento deve assumersi la responsabilità di riparare agli errori fatti dieci anni fa. Lo strumento del decreto legge fissa tempi certi per la soluzione del problema e per il dibattito dei singoli parlamentari su temi di coscienza bioetica. Le coppie italiane non possono più aspettare, la politica non può più rimanere in silenzio. Ce l’ha ricordato non più tardi di qualche settimana fa anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

In Commissione la discussione è partita in maniera molto serena. Siamo perfettamente consapevoli che il progresso scientifico e i diritti delle coppie non possono essere asserragliati all’interno di qualche palazzo in un kilometro quadrato del centro di Roma. Meglio un intervento ordinato della politica che cento sentenze dei tribunali. È anche così che riusciremo a recuperare credibilità e autorevolezza.

 

Questi i nove punti in cui si articolerà il decreto legge:
1. Completamento del recepimento della direttiva europea 17/2006, in particolare dell’Allegato III, recante l’indicazione dei test da effettuarsi nei donatori;
2. La donazione dei gameti deve essere volontaria e gratuita: permessi lavorativi, costi vivi ed eventuali rimborsi saranno in analogia a quanto già avviene per donatori di midollo osseo;
3. E’ possibile la doppia eterologa;
4. È prevista età minima e massima differenziata per donatori e donatrici; potranno donare uomini di età compresa fra 18 e 40 anni e donne fra 20 e 35 anni. All’aumentare dell’età dei donatori aumentano, infatti, i fattori di rischio di tipo genetico, e, in particolare per le donne, diminuisce significativamente la fertilità; l’età minima differenziata è dovuta a un differente sviluppo dell’apparato sessuale;
5. E’ istituito presso Iss-Cnt un Registro nazionale dei donatori a cui le strutture autorizzate dovranno fare riferimento per permettere la tracciabilità completa donatore-nato;
6. Il numero massimo di nati da uno stesso donatore è dieci, a livello nazionale, con deroga se una famiglia con figli già nati da eterologa chiede un altro figlio con stesso donatore;
7. Accesso a dati clinici del donatore o al donatore stesso per comprovati problemi di salute del nato, su richiesta di struttura del SSN; 
8. Inserimento immediato nei Livelli essenziali di assistenza di prestazioni attinenti all’eterologa;
9. Conoscenza della modalità del proprio concepimento, e, a determinate condizioni, del diritto a conoscere le proprie origini

Eterologa, risposte concrete senza guerre di religione

Domani alle 14,30 presso la Sala del Mappamondo di Palazzo Montecitorio, il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin presenterà alla Commissione Sanità della Camera dei Deputati le iniziative del governo sulla fecondazione assistita eterologa, dopo la dichiarazione di incostituzionalità del divieto contenuto nella legge 40 del 2004 pubblicata a giugno dalla Corte Costituzionale.

Ascolteremo con interesse il lavoro finale del comitato di esperti, convinti in questa occasione, più di altre, che senza ideologie e battaglie di religione su temi sensibili la politica possa davvero dare risposte concrete.

Non possiamo nascondere che la decisione della Corte Costituzionale nasce anche dalla sofferenza delle circa 2.700 coppie italiane costrette a recarsi all’estero per ricorrere all’eterologa, sostenendo costi altissimi per gli interventi e sopportando a volta anche grosse speculazioni.

Il lavoro degli esperti indica già alcuni capisaldi: la tutela assoluta e inviolabile dei dati identificativi dei donatori, il valore solidaristico dell’atto oblativo del dono e l’accesso alle procedure di procreazione medicalmente assistita con donazione di gameti senza discriminazioni di carattere economico e territoriale.