Riforma Rai, in Sardegna centro di produzione per programmi in lingua inglese

La sede regionale della Rai di Cagliari diventi centro di produzione specializzato di programmi in lingua inglese con un focus particolare sulla promozione del Mediterraneo e dell’innovazione tecnologica.

Una proposta trasformata in atto concreto con un emendamento alla riforma della Rai sottoscritto da altri dieci parlamentari.

La Rai deve avere un canale interamente in inglese.

La nostra Sardegna deve aprirsi al mondo se vuole uscire dall’isolamento geografico e culturale. L’informazione locale non dovrà essere trascurata, ma la sede sarà potenziata e arricchita grazie a questo polo speciale capace anche di attrarre nuove professionalità sull’isola.

L’inglese è la lingua commerciale del mondo. Il servizio pubblico è obbligato a investire in maniera massiccia nella diffusione della conoscenza di questa lingua. Un canale Rai totalmente in inglese che non sia la trasmissione di semplici lezioni, ma che trasmetta programmi di approfondimento storico, culturale, politico di livello può essere la soluzione.

È solo un primo passo per una Rai e una Sardegna europea, capaci di competere con le proprie produzioni in tutto il mondo e indispensabile per aiutare gli italiani e i sardi ad uscire dalla provincia dell’impero.

No canone in bolletta, Riformatori: ottimo il ripensamento del governo. Ora privatizzazione Rai!

“Il ripensamento del governo sull’introduzione del canone Rai in bolletta è una grande vittoria per chi si batte per un fisco giusto e per un rapporto trasparente e non odioso e vessatorio tra Stato e contribuente. Ora il governo Renzi ingrani la quarta e proceda verso l’abolizione del canone attraverso la privatizzazione dell’azienda. Fuori la politica dalla RAI: lo Stato deve arretrare da tutti i settori in cui la sua presenza è inutile, pervasiva e dannosa” lo dichiarano in una nota i deputati dell’associazione I Riformatori, Stefano Dambruoso, Salvatore Matarrese, Pierpaolo Vargiu e Paolo Vitelli.

Canone Rai, stop a vessazioni dello Stato – La mozione

Atto Camera

Mozione 1-00668
presentato da
VARGIU Pierpaolo

 

La Camera,

premesso che:
negli ultimi anni si è manifestato un atteggiamento ad avviso dei firmatari del seguente atto di indirizzo spesso eccessivamente aggressivo e vessatorio della RAI nella gestione e nella riscossione del canone RAI, riconducibile anche alle difficoltà economiche in cui versa la società;

l’obbligo di pagamento del canone RAI discende da un vecchissimo decreto regio del 1938, una norma anacronistica che purtroppo ha resistito a qualsiasi attività di semplificazione e di rivisitazione dei tributi in senso liberale e che impone il pagamento dell’imposta a «chiunque detenga uno o più apparecchi o altri dispositivi atti o adattabili alla ricezione delle diffusioni radiofoniche e televisive»;

come accertato dalla Corte costituzionale, il canone di abbonamento, «benché all’origine apparisse configurato come corrispettivo dovuto dagli utenti del servizio riservato allo Stato ed esercitato in regime di concessione, ha da tempo assunto, nella legislazione, natura di prestazione tributaria», un’imposta misurata «non più in relazione alla possibilità effettiva per il singolo utente di usufruire del servizio pubblico radiotelevisivo, al cui finanziamento il canone è destinato» (sentenza n. 284/2002), ma che colpisce tutti i cittadini indistintamente dal proprio reddito;

il decreto regio prevede comunque che l’abbonato possa disdire il canone tv a condizione che dismetta gli apparecchi televisivi in suo possesso e ne richieda il suggellamento o ne denunci la cessione a terzi e la legge (comma 132 dell’articolo 1 della legge finanziaria come modificato dal decreto legge 31 dicembre 2007, n. 248) dal 2008 esenta dal pagamento, esclusivamente per l’apparecchio televisivo ubicato nel luogo di residenza, i soggetti di età pari o superiore a 75 anni e con un reddito proprio e del coniuge non superiore complessivamente a euro 516,46 per tredici mensilità, senza conviventi;
molti abbonati che hanno proceduto alla richiesta di disdetta o di esenzione segnalano procedure vessatorie da parte della RAI che talora sembra rispondere con diffide e ingiunzioni di pagamento;

nel mese di giugno 2014 in diverse parti d’Italia milioni di titolari di partite IVA, attività commerciali, studi professionali e vari tipi di impresa, hanno ricevuto un bollettino RAI con la richiesta del pagamento del cosiddetto «canone speciale», nonostante tale canone speciale sia dovuto esclusivamente dalle attività professionali che consentono l’utilizzo di apparecchiature televisive ai clienti all’interno dei propri locali, come alberghi e ristoranti;
le situazioni sopra descritte sono, come detto, in gran parte dovute alla gravissima crisi di inefficienza del sistema radiotelevisivo pubblico;

tale situazione è legata in senso più generale alla situazione del sistema radiotelevisivo italiano, caratterizzato da un bassissimo sviluppo della concorrenza e del mercato, dovuto all’esistenza di un sostanziale duopolio pubblico e privato, costituito da una parte dalla società concessionaria in esclusiva del servizio pubblico, la RAI, che vede come azionista di maggioranza lo Stato e dall’altra dal gruppo Mediaset;

una reale apertura del mercato alla concorrenza non appare possibile, fino a che le scelte politiche e di settore saranno condizionate dalla presenza di un soggetto pubblico delle dimensioni della RAI attuale;

già nel febbraio 2012 l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha chiesto di ridurre la presenza dello Stato «specialmente nei settori dei media televisivi, dei trasporti, dell’energia e dei servizi locali», mentre circa 14 milioni di italiani hanno detto sì alla privatizzazione della RAI con un referendum abrogativo nel giugno 1995, rimasto poi nei fatti disatteso;
la RAI, con la sua dimensione e struttura organizzativa e gestionale, non ha dimostrato in questi anni di saper assicurare, in qualità di principale attore nel servizio pubblico, il principio del pluralismo, portando in molti casi a pratiche degenerative di lottizzazione partitica;
tale gestione politica e partitica ha inciso pesantemente sull’equilibrio dell’informazione e sull’efficienza economica dell’ente, come dimostrano i dati dell’andamento gestionale del gruppo RAI nel primo semestre del 2014 che indicano una perdita complessiva consolidata di 77,9 milioni di euro e una posizione finanziaria netta del gruppo al 30 giugno 2014 negativa per 170 milioni di euro;
nel febbraio 2014, la Corte dei conti ha affermato nella sua relazione sugli esercizi 2011-2012 che la RAI «non ha ancora perfezionato un rigoroso piano di razionalizzazione e contenimento dei costi», sottolineando e ribadendo «la decisiva necessità che l’azienda attivi comunque ogni misura organizzativa, di processo e gestionale, idonea ad eliminare inefficienze e sprechi, proseguendo, laddove possibile e conveniente, nel percorso di internalizzazione delle attività e concentrando gli impegni finanziari sulle priorità effettivamente strategiche, con decisioni di spesa che siano, singolarmente e nel loro complesso, strettamente coerenti con il quadro di riferimento»;
in assenza di un programma di riforma del sistema radiotelevisivo, i problemi relativi alla gestione economica della RAI, inclusi quelli relativi al canone sopra descritti, non potranno essere risolti;
è pertanto auspicabile che si pervenga nel tempo alla abolizione definitiva del canone RAI, promuovendo al contempo un programma di privatizzazione della società RAI-Radiotelevisione italiana Spa, che concentri l’attività della società sullo svolgimento del servizio pubblico,

impegna il Governo

a procedere in un tempo ragionevole al riequilibrio del rapporto tra Stato e contribuente con ogni atto amministrativo ritenuto idoneo, garantendo il diritto all’esenzione dal pagamento del canone ai soggetti individuati dal comma 132 dell’articolo 1 della legge finanziaria per il 2008 e assicurando la piena disdetta del canone di quanti ne abbiano fatto regolare richiesta.
(1-00668) «Vargiu, Bombassei, Causin, D’Agostino, Dambruoso, Galgano, Librandi, Matarrese, Mazziotti Di Celso, Molea, Quintarelli, Rabino, Tinagli, Vecchio, Vitelli».

Privatizzare la Rai, abolire il canone!

In un Paese in cui solo gli slogan diventano liberali, dobbiamo sostenere e sfidare il governo a riforme vere: mentre si parla addirittura di far pagare il canone Rai all’interno della bolletta della luce – idea già bocciata in aprile dall’Autorità per l’Energia-, sentiamo il dovere di dire che bisogna invece liberare il servizio pubblico radiotelevisivo dalla politica e far arretrare la partecipazione dello Stato nell’azienda. Ci aspettiamo parole chiare dal premier Renzi, dopo che a giugno aveva fatto circolare l’idea di un referendum sull’argomento.

Sul pagamento del canone è in atto poi una vera e propria vessazione da parte dell’azienda che invia ingiunzioni di pagamento a cittadini che hanno già chiesto la disdetta dell’abbonamento o che sono esentati dal pagarlo.

Privatizzare la Rai e abolire il canone significa dunque mettere fine a un carrozzone inefficiente che divora risorse pubbliche e opprime il pluralismo a danno dei cittadini contribuenti e utenti.

Per questo ho presentato una mozione che ho illustrato oggi in Aula.

Qui il video:

 

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L’INTERVISTA A RADIO RADICALE:


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Il testo dell’intervento

Signor Presidente, colleghi, credo che l’occasione offerta dalla mozione presentata dalla Lega, che ha dato l’occasione per l’abbinamento di una mozione che è stata presentata e firmata da numerosi parlamentari del gruppo Scelta Civica, consenta di iniziare una riflessione importante che, partendo dai problemi che oggi si registrano in tutta Italia per quanto riguarda la disdetta del canone, quindi il diritto di disdettare il canone radiotelevisivo, permetta poi di allargare il ragionamento al ruolo, al valore che oggi l’imposizione di un canone per la televisione di Stato pubblica in Italia ha e al ruolo stesso della televisione pubblica in Italia.
Io credo che il primo ragionamento, che è quello che dà poi forza alla mozione, sia quello relativo alla valutazione del significato che oggi il canone radiotelevisivo ha in Italia, un significato che la Corte costituzionale ha più volte detto essere ormai assimilabile a quello di un’imposta; quindi, un significato che è avulso rispetto ai consumi, che non è più collegato in nessun modo ai consumi, ma è collegato semplicemente al possesso di apparecchi radiotelevisivi per i quali è necessario pagare una tassa, che forse è diventata una delle più odiose delle tasse balzello che ci siano in Italia, sicuramente una di quelle più invise al cittadino, in un sistema che è ormai completamente modificato per quanto riguarda la comunicazione, che va su Internet, che va attraverso i canali del web, che va attraverso i social network e i blog, che va verso un sistema televisivo che comunque si è profondamente modificato rispetto al passato.

Ebbene, c’è ancora questa odiosa imposizione rappresentata dal canone radiotelevisivo introdotto nel 1938, cioè prima della Seconda guerra mondiale, in un mondo che non aveva probabilmente nessuna parentela, né per quanto riguarda la comunicazione né per quanto riguarda la realtà sociale, con quello che oggi noi viviamo.

Bene, allora forse ha un senso cominciare a ragionare sui numeri. Nel 2010 310 mila italiani hanno chiesto di disdettare il canone dell’utenza radiotelevisiva, sono diventati 328 mila nel 2011, sono stati altri 357 mila nel 2012. Sono numeri straordinari, che viaggiano insieme con le valutazioni sull’evasione del canone RAI che, secondo la KRLS Network of Business Ethics, nel 2012 ha raggiunto il 44 per cento del totale, con un danno per le casse dello Stato che sarebbe intorno ai 600 milioni di euro, determinando una sostanziale evasione massiva del canone in alcune regioni italiane.

Insomma, siamo di fronte a un sistema di contraddizioni che è davvero impressionante e che fa il paio con le altre contraddizioni del sistema radiotelevisivo pubblico italiano: 11 mila dipendenti per la RAI, teniamo a mente che la Mediaset, che ha un fatturato superiore di un terzo rispetto a quello della RAI, ha solo 6.400 dipendenti; 580 dirigenti, con una percentuale del rapporto tra dirigenti e dipendenti – fate voi stessi le divisioni – che è uno a diciotto; con l’utilizzo del 60 per cento dei ricavi, ammontanti a 2,7 miliardi di euro, per acquisti esterni, cioè un’azienda che, nonostante il numero molto alto dei dipendenti, è evidentemente costretta ad acquistare prestazioni per il 60 per cento della sua attività all’esterno della sua attività stessa.

Ecco, tutto questo a fronte di alcune altre considerazioni che vanno comunque valutate. Nel 1995 ci fu un referendum in Italia, forse molti lo hanno dimenticato, in cui 13 milioni, quasi 14 milioni di italiani si espressero per la privatizzazione della RAI, uno dei tanti referendum dimenticati e non raccolti dalla politica in questo Paese. Ogni tanto il tema della privatizzazione della RAI, quindi tutto il tema collegato con il canone, ritorna comunque presente nella discussione politica.

Ci fu nel 2013 Mediobanca che disse quale poteva essere il ricavato, ma soprattutto quale poteva essere la riduzione di costi per lo Stato collegati con l’attività di privatizzazione della RAI. Addirittura, ci fu un Ministro, Saccomanni, che nel 2013, ospite in ottobre di una trasmissione di Fabio Fazio, parlò, in maniera abbastanza esplicita, della possibilità di abolire il canone e di privatizzare la RAI.

Ebbene, forse è utile ricordare quali sono state le reazioni, nell’ottobre del 2013, a quell’intervento di Saccomanni, reazioni che vennero dal mondo sindacale, da autorevoli esponenti del mondo sindacale: Bonanni della CISL e Centrella dell’UGL bollarono la proposta come una proposta non praticabile, non utile. Ci fu Salvatore Margiotta del PD che disse che non era all’ordine del giorno, ci fu il responsabile del PD del servizio pubblico che disse che non se ne parlava, che la posizione ufficiale del PD era quella che non se ne parlasse.

Allora, noi, firmatari della mozione che ho appena provato a illustrare, siamo convinti che esistano ancora oggi delle differenze tra un mondo che è liberale e un mondo che liberale non è affatto e che, nonostante viviamo in situazioni nelle quali si tende a dire che non esistono più differenze di carattere metodologico, forse più che ideologico, queste differenze esistono eccome ed esistono delle frontiere in cui oggi chi è liberale in questo Paese è fortemente minoranza, minoranza consapevole, ma sicuramente minoranza.

Questa, per l’abolizione del canone RAI e per la privatizzazione del servizio, è una tradizionale battaglia liberale, una tradizionale battaglia liberale tradizionalmente perdente in un Paese che di liberale ha ben poco e in un Paese in cui solo gli slogan diventano liberali e la sfida, nei confronti di chi oggi governa, anche da parte di chi a questo Governo come me dà comunque il suo assenso, non può che essere rivolta a sollevare verso l’alto l’asticella di riforme liberali che in questo Paese vengono spesso evocate, di cui in questo Paese spesso si parla – oggi devo dire ben più di vent’anni fa o di trent’anni fa – ma sostanzialmente se ne parla per stroncarle, se ne parla per decidere che possono essere rinviate o se ne parla per fare riforme che assomigliano a riforme liberali, ma in realtà sono riforme farlocche, che niente introducono di nuovi elementi di libertà nel Paese.

Liberare il servizio pubblico dalla politica è oggi uno degli elementi fondamentali per ridare a questo Paese libertà di informazione, pluralismo e per fare in modo che non sia, come oggi, il settantesimo Paese al mondo per quanto riguarda la libertà di informazione, per dare finalmente una ventata di vero liberalismo e di vere riforme liberali a un Paese che ne ha bisogno come l’aria per poter continuare a vivere.

Sanità e costi standard, il confronto con Luca Zaia a Rai Parlamento

Sugli ospedali che lavorano di notte per sgrossare le liste di attesa ho qualche perplessità e predicherei prudenza. Gli ospedali dovrebbero lavorare per risolvere le acuzie e devono rappresentare un punto di riferimento per l’urgenza. Per il resto bisogna potenziare il territorio e investire 3-4 miliardi per far fronte al bisogno di risposte su temi come la presa in carico del paziente cronico

Abbiamo molta fiducia sul progetto dei costi standard, ma dobbiamo essere consapevoli che non basterà. Il principio di valorizzare le best practices è validissimo per gli acquisti dei beni, ma non per l’erogazione dei servizi come il 118. Occorre un cambio di passo e di mentalità, dobbiamo stare attenti al rischio di un’Italia che garantisce la salute in modo totalmente diverso nelle 21 regioni italiane – in alcune Svizzera, in altre Africa – . Sarebbe la certificazione della fine del nostro sistema sanitario.