I Riformatori, da quasi vent’anni la forza del cambiamento. In Sardegna sventoliamo lo statuto, non la bandiera!

I Riformatori, da quasi vent’anni la forza del cambiamento. In Sardegna sventoliamo lo statuto, non la bandiera!

La mozione approvata oggi dalla Camera affida al governo qualche importante responsabilità per sbloccare alcune grandi opportunità di sviluppo. Chiaramente l’impegno di Roma non basta, la Sardegna ha tra le proprie mani uno strumento che ha utilizzato fin qui al 20% delle proprie possibilità, più per conservare che per cambiare. Lo statuto speciale dà ai sardi una leva molto più forte di qualsiasi referendum demagogico.

Se al posto della bandiera la politica sarda comincia a sventolare l’orgoglio per lo statuto e lo usa con intelligenza e apertura al mondo e all’innovazione, la Sardegna può giocarsi molte più chance per competere col resto d’Italia senza chiedere elemosine col cappello in mano.

I numeri sul disagio delle imprese, che vedono in testa la Sardegna e in coda il Trentino Alto Adige, ci dicono che forse la classe politica non ha sfruttato a dovere l’autonomia della propria regione. Un’autonomia che non è un’eredità del passato, ma una specialità legata all’insularità. Bisogna smettere di usare lo statuto come la coperta di Linus o un telo da mare. Dobbiamo considerarlo la piattaforma solida su cui costruire il nostro futuro!

DICHIARAZIONE DI VOTO SULLA MOZIONE SARDEGNA

Al voto dei parlamentari del mio gruppo io aggiungo quello della formazione regionale a cui appartengo, i Riformatori Liberali e ne approfitto per spiegarvi cosa sono in Sardegna i Riformatori Liberali.

In questa realtà che consuma velocemente la politica, i riformatori liberali sardi sono il secondo partito più antico della Sardegna dopo il partito sardo d’azione.

Hanno ormai vent’anni, sono nati a metà degli anni novanta, raccogliendo quel piccolo pezzo di società sarda che non si riconosceva nelle logiche assistenziali e clientelari di una regione meridionale atipica per la composizione sociale e per le problematiche derivanti, ma assolutamente tipica per l’atteggiamento della classe politica dirigente, tutta tesa a mantenere il controllo diffuso del consenso attraverso il presidio manu militari dei pozzi d’acqua, delle leve economiche e sociali che permettono la illimitata perpetuazione del Palazzo e dei suoi occupanti.

Dopo la caduta del muro di Berlino, la Sardegna degli anni novanta è stata uno degli ultimi paesi europei di socialismo reale, con un controllo pervasivo della politica sia sulle attività pubbliche, dirette da decine o forse centinaia di consigli di amministrazione rigorosamente nominati e guidati dalla politica, sia nelle attività cosiddette private che sono andate avanti soltanto qualora supportate da fiumi di contributi regionali “a fondo perduto”, sui quali ha grassato una vera e propria imprenditoria del malaffare, grossolana in tutto tranne che nelle tecniche per acchiappare soldi pubblici, un’imprenditoria fasulla come l’oro di Bologna la cui storia –a soldi spariti- è spesso terminata ingloriosamente davanti alle corti dei tribunali.
In questo contesto, in Sardegna si è persa la speranza. I sardi orgogliosi, in realtà sono diventati sardi servi, proni verso uno strisciante sistema di controllo delle coscienze e delle libertà individuali che proponeva maggior benessere apparente in modo facile, in cambio della rinuncia ad un pezzetto della propria libertà.

Questo sistema ha fondato dunque la fonte del proprio consenso sull’assistenza e sulla dilatabilità del debito pubblico, togliendo ai sardi ogni voglia di migliorarsi, di competere, di affinare cultura e capacità imprenditoriali, di investire insomma in quei talenti che oggi iniziamo a riconoscere fondanti per qualunque strategia competitiva che debba e possa garantire futuro a qualsiasi popolo.

Per vent’anni, i Riformatori Liberali hanno lavorato in Sardegna in questo contesto, cercando di dare voce ad un pezzetto minoritario della società sarda che aveva bisogno di più libertà e di meno assistenza perché voleva scommettere su sé stessa e non aspettare la solidarietà pelosa altrui.

Per vent’anni, i Riformatori Liberali sardi hanno combattuto per raccontare una storia e una prospettiva diversa da quella che raccontavano tutti: lo hanno fatto con le mille contraddizioni di chi ha comunque bisogno del consenso per mantenere viva la fiamma della propria idea, ma anche con l’orgoglio di chi ha piena consapevolezza che la libertà dal bisogno è la prima delle libertà di un popolo.

Lo abbiamo fatto spesso tra il fastidio e la derisione di un establishment politico che comprendeva perfettamente che il passaggio dalle logiche dell’assistenza a quelle della competizione e della valorizzazione delle capacità e del merito sarebbe stata anche la fine di buona parte del potere pervasivo della politica e della sua burocrazia. E lo abbiamo fatto sempre unendo la proposta alla protesta, pienamente consapevoli che il sistema si cambia sporcandosi le mani nella costruzione di nuove soluzioni e dunque anche sbagliando strada e avendo il coraggio di riconoscere i propri errori.

Lo abbiamo fatto quasi da soli nel maggio del 2012 con i dieci referendum di SARDEGNA SI CAMBIA che, ben prima di Renzi, hanno abolito le province di sessantamila abitanti che avevamo inventato in Sardegna, ben prima di Renzi hanno cancellato i consigli di amministrazione controllati dalla politica, inevitabile fonte di sprechi e di opacità di gestione, ben prima del Movimento cinque stelle hanno tagliato gli stipendi e il numero dei consiglieri regionali e i conseguenti costi della politica.

Oggi, nell’aderire convintamente alle mozioni in discussione, insieme a tutti i deputati del mio gruppo, ci poniamo una domanda scontata: ma sarà sufficiente una mozione approvata, o almeno sarà utile una mozione approvata a cambiare il progetto futuro e il destino della Sardegna?

La risposta negativa è ovvia e dire cose diverse farebbe torto all’intelligenza di ciascuno di noi.

Però non c’è dubbio che la discussione di questa mozione consente di riordinare i punti di partenza e di ribadire i punti di arrivo, consapevoli che la vera sfida sia quella di trovare gli strumenti adeguati:

1) La Sardegna è ancora oggi la regione italiana che più di tutte vive di assistenza. Secondo i dati ufficiali del sito sui conti pubblici territoriali, ogni anno la Sardegna riceve in modo diretto o indiretto cinque miliardi di euro dalla solidarietà nazionale.

2) La Sardegna è dunque il paradigma del dramma di tante altre regioni italiane che non riescono a trovare la strada verso l’autosufficienza economica che rappresenta la precondizione per la prima delle libertà di un popolo: la libertà dal bisogno.

3) In altre parole, più grossolane, ma chiare: la Sardegna ha fame e ha bisogno di lavoro per non morire.

4) L’autonomia speciale di cui la Sardegna ha goduto dal dopoguerra ad oggi non è stata sufficiente ad uscire da questa situazione di svantaggio pertanto “questa autonomia” non era lo strumento adeguato oppure è stata usata male. In entrambi i casi, oggettivamente va ripensata.

5) L’attuale dramma della Sardegna non è un dramma privato dei sardi: per chi –come noi – crede nell’unità del Paese, è un dramma dell’intera nazione e come tale va affrontato.

6) Per risolverlo, è difficile ipotizzare il riuso degli strumenti classici. I Piani di rinascita, la Cassa del Mezzogiorno, le formidabili iniezioni di denaro pubblico e di sussidi hanno sortito un effetto tampone, che ha temporaneamente migliorato la siccità portando l’acqua. Ma è chiaro che –in assenza di sviluppo endogeno- la sete ritorna non appena spariscono le autobotti del denaro pubblico.

7) La sfida da condurre insieme –Stato e Regione, sardi e continentali- non può che essere quella di investire su identità, talenti e competenze peculiari della nostra Isola, sviluppando imprenditorialità, fantasia, senso della cooperazione, investendo in istruzione, in cultura del merito e della competizione sana.

8) Paradossalmente, la prima industria che serve alla Sardegna è una scuola di alta qualità, un’università di livello europeo. Abbiamo bisogno di sardi che escano dalla cultura delle ovvietà da bar e prendano in mano la scommessa delle proprie scelte e del proprio destino, abbandonando la suggestione in passato mortale e oggi surreale dell’assistenzialismo statale che risolve tutti i problemi e interpretando la sfida globale che cambia il valore degli asset e valorizza i vantaggi competitivi e le diversità.

In conclusione, l’assistenza, di cui purtroppo abbiamo ancora bisogno, ci accompagna in un’agonia senza speranza, ma per vivere i sardi e la Sardegna hanno bisogno di competere con il mondo. Forse noi non l’abbiamo ancora capito bene e non siamo ancora pronti: è per andare più veloci in questa direzione che chiediamo l’aiuto del nostro Paese.

In Sardegna il disagio delle imprese più alto d’Italia, stop burocrazia e assistenzialismo!

L’indagine di Fondazione Impresa consegna alla Sardegna l’ennesima maglia nera dell’economia, certificando le peggiori condizioni italiane per sviluppare un’attivita’ di impresa.

A fronte di una media italiana di disagio imprenditoriale pari a 54,2, la Sardegna raggiunge un poco invidiabile indice di 68,5, posizionandosi davanti alla Sicilia (63,7) e alla Calabria (61,7). Lontanissima dalla migliore regione, il Trentino, che ha un indicatore pari a 27,6.

Rispetto alla studio dell’anno scorso, la Sardegna retrocede di ben cinque posizioni ed ha il primato negativo in otto indicatori su dodici utilizzati per l’analisi.

E’ evidente che questi numeri bocciano le infrastrutture sarde, la nostra burocrazia e le nostre regole, il nostro accesso al credito.
E sono lo scontato corollario della generale mancanza di lavoro e della disoccupazione giovanile in particolare, che in Sardegna viaggia ormai intorno al 50%, con un numero sempre piu’ elevato di giovani che non studiano (la dispersione e’ oltre il 25%), non lavorano e hanno persino rinunciato a cercare lavoro.
In Sardegna c’e’ fame.
E’ urgente ragionare su cambiamento e innovazione, sapendo che il vecchio modello assistenziale non solo non basta piu’, ma e’ un modello sbagliato, che ha fallito e priva i sardi di ogni capacita’ di competere e di sfruttare i propri talenti e le proprie capacita’.

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Tumori, la politica ascolti le richieste della Favo

Il rapporto Favo presentato oggi dal presidente De Lorenzo lancia una sfida senza appello alla politica e alle istituzioni: chi in trincea assiste i malati oncologici chiede di non essere lasciato solo nella fase post riabilitazione e di prevenzione terziaria. Dal cancro si può guarire, ma non si può pensare di lasciare soli i malati una volta superata la fase acuta.

Per rispondere a questo sacrosanto bisogno di salute bisogna intervenire sui Lea trovando risorse vere: operazione possibile solo con riforme coraggiose ammettendo una volta per tutte che il Servizio Sanitario Nazionale non se la passa poi così bene.

Alla Camera, insieme a Favo e ad altre associazioni a tutela dei pazienti, abbiamo combattuto una bellissima e, di questi tempi spavalda, battaglia in Aula per intervenire sulla riforma del Titolo V della Costituzione e garantire concretamente a livello nazionale il diritto di salute dei cittadini, al di là delle dichiarazioni di principio dell’articolo 32 e dei ventuno sistemi sanitari regionali tutt’altro che simili.

Abbiamo ottenuto l’attenzione del governo con il parere favorevole a un ordine del giorno, ma il tema di una sanità davvero uguale per tutti resta ancora aperto.

Def: più coraggio su sanità, più responsabilità dalle regioni

Nel 2015, il Fondo Sanitario Nazionale verrà ridotto di 2.352 milioni di euro. Senza lotta all’inappropriatezza, allo spreco, alla corruzione, il peso dei tagli ricadrà esclusivamente sui cittadini. Per questo ci aspettiamo più responsabilità dalle regioni che, nonostante la riforma del Titolo V, continueranno a rappresentare un potere forte della sanità. Servono decisioni coraggiose senza paura di scontentare qualcuno che non sia il paziente e il suo diritto alla salute.

Nel Piano Nazionale delle Riforme occupa un ruolo predominante il Patto per la Salute su cui non bisogna tornare indietro. Il governo e il ministro Lorenzin hanno fatto un grande sforzo di dialogo ed elaborazione e ora spetta alle Regioni applicarlo. È la precondizione essenziale per poter aumentare il Fondo Sanitario Nazionale: senza regole certe su come si spende, viene meno la credibilità di ogni richiesta di maggior spesa.

Quanto alla Sardegna, i dati del Ministero della Salute, relativi ai risultati d’esercizio per il IV trimestre 2014, prima delle coperture regionali, registrano una spesa complessiva di 3359 milioni di euro, con un disavanzo di 342 milioni di euro, il peggiore in Italia, dopo quello di 411 milioni del Lazio.

Non meglio va l’incremento della spesa sanitaria della nostra regione rispetto al 2013: 50 milioni di euro (1,5%), il quarto peggior risultato del Paese. Di fronte a questi numeri non c’è più tempo per i riti bizantini e i giri di parole della politica sarda, che ha sempre paura di scontentare qualcuno. La Sardegna è invece oggi chiamata a decisioni coraggiose, senza pregiudizi.

Presentando il Def, il premier Renzi ha detto che ci sono regioni che hanno 7 province e 22 Asl. In Sardegna senza i Riformatori e gli oltre 500mila sardi che hanno votato sì ai referendum non si parlerebbe del taglio delle 8 province e della proposta di una sola Asl. Bisogna partire dalla consapevolezza che per difendere i diritti di salute dei sardi servono scelte di innovazione e cambiamento, in forte discontinuità con la melassa vischiosa a cui siamo abituati.

Riforma Titolo V, persa occasione per una forte tutela del diritto alla salute

Per ora, purtroppo, la Costituzione non rafforza la sua tutela verso i più deboli. Il diritto alla salute rischia di essere ancora affidato a ventuno sistemi sanitari differenti in ventuno contesti economici e sociali differenti con risposte spesso inadeguate rispetto alle reali esigenze del cittadino. L’emendamento che introduceva in Costituzione la garanzia statale dei diritti di salute è stato respinto questa mattina dall’Aula della Camera.

Insieme a tanti altri parlamentari, ho sostenuto fino in fondo la proposta, malgrado la maggioranza avesse chiesto di ritirare tutti gli emendamenti per accelerare l’approvazione della riforma.
Lo abbiamo fatto perché ci siamo sentiti semplici portavoce dell’appello per i diritti di salute dei cittadini, mille volte sentito in Commissione Affari Sociali durante la nostra indagine sulla sostenibilita’ del welfare sanitario e sottoscritto da tantissime associazioni di malati che vivono ogni giorno sulla propria pelle le carenze del sistema.
Se i diritti di civiltà di un popolo si misurano dalla capacità di tutelare il diritto alla salute, oggi possiamo dire che la politica ha perso un’occasione importante per difendere i diritti dei più deboli, rinunciando a garantire dappertutto le cure più appropriate.
La battaglia però non è certo terminata: continua invece al fianco di tutte le associazioni dei malati e insieme a tutti quei parlamentari di maggioranza e di opposizione che hanno votato a favore.
Già oggi, i diritti di civiltà fanno un passo in avanti: con un altro emendamento abbiamo ottenuto il grande risultato di vedere normate le politiche sociali tramite regole nazionali, senza differenze e discriminazioni territoriali che dividono i cittadini tra serie A e serie B.

Pensioni, la Consulta boccia il referendum sulla riforma. La politica non dorma, 500mila firma dei cittadini sono spinta per l’innovazione

Oggi chi vuole le riforme non esulta per un referendum mancato. Dalla Corte Costituzionale non arriva un no statico che blinda con il lucchetto il sistema pensionistico.

Chi vuole le riforme sa che sulle pensioni bisogna intervenire con la stessa decisione di chi ha raccolto le firme per chiedere il referendum. Bisogna incoraggiare i fondi integrativi soprattutto per i più giovani che molto difficilmente riusciranno ad avere una pensione e aumentare le pensioni minime. Una rinnovata Inps guidata da Tito Boeri saprà fare la sua parte.

Da promotore di tanti referendum che hanno cambiato la politica in Italia e in Sardegna, mi rammarico per l’inammissibilità della Corte. Una campagna referendaria, anche dura, avrebbe finalmente permesso un’operazione verità su una coraggiosa e dolorosa riforma delle pensioni, da tutti condivisa nel novembre 2011 quando il disastro totale incombeva sul nostro Paese.

Contro ogni demagogia, avremmo difeso il senso di quella riforma e sarebbe stato ancora una volta chiarissimo che, senza quell’intervento, la spesa pubblica sarebbe schizzata alle stelle.

Igea, il governo intervenga nel sottobosco clientelare e assistenziale delle partecipate sarde

La drammatica vicenda dell’IGEA, che oggi aggiunge alla disperazione del personale dipendente la pesantissima inchiesta giudiziaria che vede gli arresti dei vecchi vertici aziendali e ben 62 persone sotto inchiesta scoperchia il vaso di Pandora del sistema delle società partecipate nella Regione Sardegna, che appare ormai distante anni luce dalle reali esigenze di sviluppo e di trasparenza dell’Isola.

Per questo motivo, in un’interrogazione urgente al Ministero dell’Economia, abbiamo chiesto l’intervento urgente del Governo nella giungla insostenibile delle società partecipate di Regione, Province e Comuni della Sardegna, che crea un’area grigia di pervasività della politica e di tentacolare ramificazione clientelare in cui è assai difficile distinguere il confine dell’illecito.

I numeri del commissario Cottarelli e quelli dell’indagine della Corte dei Conti del luglio scorso sono d’altronde impietosi e non possono essere dimenticati neppure per un istante: in Sardegna le società partecipate regionali sarebbero 28, 11 delle quali da tempo in liquidazione, con ben 5638 dipendenti (240 milioni di euro di costo del personale) e 124 nuove assunzioni nell’ultimo anno.

Alla Regione, le partecipazioni costano 366 milioni di euro l’anno: di questi, 3 milioni di euro vanno a remunerare le consulenze esterne (evidentemente non bastano oltre 5000 dipendenti per avere in casa le necessarie professionalità…..) e ben 2 milioni e mezzo di euro vanno a pagare annualmente gli emolumenti dei 77 componenti di organi di amministrazione che, sopravvissuti ai referendum del 2012 (prima erano oltre 150!), percepiscono in media ben 31287 euro l’anno.

Non molto differente appare la corrosiva ramificazione delle partecipazioni negli altri livelli dell’amministrazione sarda: le Province, anche quelle a loro volta in liquidazione, contano ben 30 società completamente o parzialmente partecipate, mentre sono 135 le partecipate comunali, con una pletora di 4731 dipendenti, che conferiscono alla Sardegna il poco invidiabile primato del più alto numero di dipendenti nelle partecipate comunali (2,9 per mille abitanti) tra tutte le regioni del sud Italia.

Sottolineando nell’interrogazione questi numeri purtroppo assai eloquenti, vogliamo sapere in che modo si sia dato corso alla richiesta di accelerazione delle dismissioni e di massima trasparenza procedurale avanzata dalla Corte dei Conti nel luglio 2014 e, a parole raccolta dall’assessore alla Programmazione, Raffaele Paci.

Nella Relazione sul Rendiconto generale della Regione autonoma della Sardegna per l’esercizio finanziario 2013 (4 luglio 2014), diffusa anche da giornali nazionali (Repubblica, 3 novembre 2014), la Corte dei Conti ha infatti riscontrato che “la Regione non esercita alcun controllo, in termini di semplice conoscenza, su aspetti essenziali ai fini dell’esercizio dei propri compiti gestionali e della propria programmazione finanziaria. […] La riscontrata difficoltà della Regione di accedere e trasmettere tali dati in termini anche piuttosto dilatati, e financo il richiamo effettuato dall’Assessorato agli Enti Locali ai singoli Assessorati affinché provvedessero alla corretta alimentazione del sistema informativo esistente, è evidente indice di una disorganizzazione gestionale alla quale la Regione è dalla Corte chiamata a porre rimedio con tempestività, per poter correttamente far fronte agli obblighi di legge in materia di gestione delle spese al fine di poter indirizzare l’attività delle proprie articolazioni operative”.

Chiediamo di sapere quali attività di sorveglianza abbia messo in campo il Ministero dell’Economia nell’ambito delle proprie attività di spending review per accertarsi che i trasferimenti statali di risorse alla Regione Sardegna siano effettivamente indirizzati al supporto di attività economiche e di coesione sociale e non certo al mantenimento di un inaccettabile e anacronistico sottobosco politico assistenziale.

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Cara Sardegna, siamo speciali. Ma a cosa serve questo Statuto?

L’intervento in aula sulla riforma costituzionale:

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La Sardegna, la regione da cui io vengo, è una regione speciale. Voi potreste pensare che io voglia, in maniera sostanzialmente acritica, difendere la specialità dello Statuto regionale sardo. No, non lo voglio fare.

Io credo che la Sardegna sia speciale ma indipendentemente dalla definizione che all’interno della Carta costituzionale dovesse essere data di questa specialità. Noi ci consideriamo una nazione senza Stato, quindi siamo convinti della nostra specialità indipendentemente dal fatto che questa sia scritta o meno all’interno di leggi dello Stato.

Semplicemente vorrei sottolineare – ed è utile che venga fatto in quest’Aula – la schizofrenia che oggi esiste tra l’esigenza di autonomia che discende dal concetto di specialità che una nazione senza Stato, come quella sarda ha ben chiara nel cervello e nella testa di chi la rappresenta, e la situazione di assistenzialismo economico in cui molte, alcune delle regioni a Statuto speciale versano.

La domanda che oggi, forse durante la discussione della legge di riforma costituzionale che non tocca in questo momento, almeno nella sua stesura attuale, l’autonomia delle regioni speciali, noi ci dovremmo porre è quale autonomia può discendere dalla specialità per le regioni economicamente più deboli.

Ciò perché è evidente che il principio di sussidiarietà, al quale tanto spesso ci siamo appellati, poi determina che possa essere letto e declinato, come tante volte è stato fatto, con la considerazione che i servizi possono essere decisi soltanto laddove si riscuotono le tasse, ed è impossibile decidere il livello qualitativo di quel servizio se questo servizio è pagato da altri. Ecco, questa, io credo, sia la sfida delle nuove autonomie speciali, tra le quali credo che la Sardegna a pieno titolo rientri.

Quando parliamo di sanità e di garanzia dei LEA, in Sardegna forse dovremmo chiedere che ci sia il centralismo nella definizione dei livelli essenziali di assistenza sanitaria. Ma forse lo stesso centralismo dovremmo chiederlo nella definizione dei livelli essenziali di istruzione, quando i giovani sardi sono gli ultimi negli Invalsi nazionali perché il nostro sistema di formazione e di istruzione è l’ultimo in Italia.

Diventa, quindi, automatico che le opportunità per i nostri giovani siano le peggiori in Italia, che il nostro tasso di dispersione scolastica sia il più alto in Italia, che la nostra disoccupazione giovanile nella fascia 17-30 anni abbia raggiunto livelli del 54 per cento, che sono i più drammatici in Italia. Quindi, nel parlare di livelli essenziali di istruzione e di formazione, noi dovremmo forse appellarci a un centralismo che non abbiamo mai avuto.

Nel parlare della nostra infrastrutturazione, unica regione italiana senza l’elettrificazione delle ferrovie, unica regione italiana senza un’autostrada, forse dovremmo parlare di livelli essenziali di infrastrutturazione; dovremmo parlare di livelli essenziali di trasporti, che noi parlamentari sardi – ma è soltanto a titolo di esempio, non certo chiedendo privilegi a cui sappiamo perfettamente di non aver diritto – tocchiamo con mano anche in questi giorni di convocazione del Parlamento, quando non abbiamo nessuna certezza, dovendo utilizzare il mezzo aereo, di rientrare nelle nostre case in tempi utili per festeggiare il Natale.

Abbiamo la perfetta cognizione, la piena sensazione di quanto le nostre opportunità, rispetto a quelle di altri cittadini italiani, non siano pari opportunità. Allora, la difesa dell’autonomia oggi, la difesa della specialità oggi, non può essere disgiunta dal ragionamento sulle opportunità economiche che possono aiutare ad abbattere i gap infrastrutturali e che possono aiutare a garantire alle regioni speciali opportunità pari a quelle delle regioni ordinarie, che le opportunità già le hanno.

Io credo che dovremmo ragionare anche in termini di fantasia nuova e dovremmo forse utilizzare delle forme di sperimentazione, che sono già previste all’interno della Carta costituzionale, che consentono alle regioni, che hanno dei gap infrastrutturali, di associarsi, di creare delle forme associative con regioni che abbiano best practice, che abbiano risposte più avanzate ai diritti di salute e ai diritti più generali di civiltà e di opportunità della propria popolazione; di avere, quindi, quella crescita che soltanto il sentimento di solidarietà nazionale – se ancora esiste in questo Paese – può riuscire e aiutare a garantire.

Credo che questa sia la sfida della discussione che stiamo facendo oggi; sfida in cui le regioni a statuto speciale non debbono assolutamente avere una risposta di arretratezza, di difesa di guarentigie e di privilegi del passato, che sarebbe assolutamente anti-storica, ma devono avere una proposta che sia rivolta alla garanzia di pari opportunità e di pari diritti civili di cittadinanza per la loro popolazione rispetto a quella delle altre regioni italiane.

Riforma della Costituzione, non chiare le competenze su sanità e politiche sociali nel nuovo Titolo V

La Commissione Sanità di Montecitorio ha espresso parere favorevole al testo di riforma della Costituzione all’esame della Commissione Affari Costituzionali. Nel licenziare il parere, la Commissione ha rilevato che il nuovo articolo 117 attribuisce in via esclusiva alle regioni la potestà legislativa in materia di politiche sociali, materia invece complementare alla tutela della salute, rientrante nella competenza esclusiva statale secondo il testo approvato dal Senato.

Con la nuova Costituzione verranno ridotti i danni di un federalismo della sanità che dal 2001 ha in realtà portato a ventuno sistemi sanitari diversi che non garantiscono affatto cure uguali per tutti. Restano alcune perplessità su quanto questa riforma sia in grado di fare definitiva chiarezza sul riparto delle competenze tra Stato e regioni sulle politiche socio-sanitarie.

Per questo presenterò un emendamento in aula: non possiamo perdere quest’occasione storica e limitarci a ridurre i danni, rinunciando a favorire un sistema socio-sanitario che garantisca tutele omogenee su tutto il territorio nazionale, consentendo il controllo dell’appropriatezza nell’utilizzo delle risorse economiche e assicurando il diritto alla salute di tutti i cittadini italiani, al Nord come al Sud.

 

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Revisione della parte seconda della Costituzione. C. 2613 cost. Governo, approvato dal Senato, e abb.

PARERE APPROVATO DALLA COMMISSIONE

La XII Commissione (Affari sociali),

esaminato, per le parti competenza, il disegno di legge C. 2613 cost. Governo, approvato dal Senato, e abb. recante «Revisione della parte seconda della Costituzione»;
considerato che le modifiche proposte al Titolo V della Costituzione dal disegno di legge in esame sembrano ridurre l’ambito spettante alla potestà legislativa regionale rispetto alle norme costituzionali ancora in vigore, operando una riforma ad orientamento «centripeto», che per quanto concerne la materia sanitaria tenderebbe a superare le difformità esistenti fra i sistemi sanitari regionali;

espresse perplessità sulla circostanza che la nuova formulazione dell’articolo 117 sia in grado di operare una definitiva chiarezza sulla ripartizione delle competenze legislative tra Stato e regioni, in particolare per quanto riguarda la locuzione «disposizioni generali e comuni» per qualificare la competenza esclusiva statale in alcune materie tra cui la tutela della salute, la sicurezza alimentare e la tutela e la sicurezza del lavoro;

rilevato che la prima parte dell’articolo 117, comma secondo, lettera m), si riferisce a tutti i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali e non solo a quelli sanitari;

rilevato altresì che, nell’articolo 117, risulta attribuita alle regioni in via esclusiva la potestà legislativa in materia di politiche sociali, materia che invece è da considerarsi complementare rispetto a quella della tutela della salute al fine di garantire indirizzi nazionali uniformi in temi di integrazione socio-sanitaria;

ritenuto altresì che la nuova configurazione dei poteri e delle funzioni del Parlamento e in particolare la nuova composizione del Senato impattino sulla Conferenza Stato-regioni, il cui ruolo andrà necessariamente ridefinito, al fine di evitare sovrapposizioni istituzionali in particolare nel settore sanitario;

esprime:

PARERE FAVOREVOLE

con le seguenti osservazioni:

a) all’articolo 117, comma secondo, lettera m), valuti la Commissione di merito l’opportunità di separare i due periodi, inserendo il secondo periodo relativo alle disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per la sicurezza alimentare e per la tutela e la sicurezza del lavoro in una distinta lettera da inserire dopo la lettera m);

b) all’articolo 117, comma secondo, lettera m), valuti la Commissione di merito l’opportunità di prevedere che allo Stato spetti anche la potestà legislativa esclusiva in materia di disposizioni generali e comuni per le politiche sociali;

c) valuti la Commissione di merito l’opportunità di prevedere che la clausola di supremazia di cui all’articolo 117, comma quarto, consenta in maniera esplicita allo Stato di intervenire anche quando lo richieda la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali;

d) valuti la Commissione di merito l’opportunità di prevedere, in caso di inerzia dello Stato nella adozione delle disposizioni generali e comuni in materia di tutela della salute, che le regioni possano legiferare in tale materia in attesa della legge statale, al fine di evitare lacune normative.

 

 

Dai giovani medici un urlo per il futuro del sistema sanitario nazionale

L’ennesima encomiabile manifestazione degli instancabili giovani medici lancia, per chi non l’avesse già ascoltato, un nuovo urlo a tutta la politica: subito investimenti e riforme vere o non c’è futuro per il nostro Servizio Sanitario Nazionale. Il problema non è ‎dei giovani medici, ma dell’intero sistema che rischia di restare senza medici.  La buona politica deve avere il coraggio di guardare in faccia non solo questi giovani, ma anche tutto il sistema sanitario. Se siamo convinti che funziona bene e garantisce prestazioni di qualità su tutto il territorio nazionale possiamo anche decidere di non cambiarlo