Asilo Marina, uno sfregio venderlo! E’ carne viva di Cagliari. L’interrogazione al ministro Franceschini

L’ipotizzata vendita dell’Asilo della Marina sarebbe un vero sfregio alla memoria storica e all’identità della città.

L’Asilo della Marina che sarebbe all’asta per ripianare un debito di appena 237.000 euro, ospita la sepoltura della Beata Giuseppina Nicoli, ingloba storicamente pezzi della contigua Chiesa di Sant’Agostino ed è la testimonianza dell’attivita’ sociale delle suore vincenziane che, ancora oggi, operano in un quartiere difficile e multietnico, con mille povertà e sofferenze.
Nessuno più di me è convinto della necessità di mettere a reddito ogni bene della città, ma qui non stiamo parlando di un edificio, ma di un pezzo di carne viva di Cagliari, che ha avuto e ha ancora un ruolo simbolico nella storia della coesione sociale della città.
Per questo ho presentato un’interrogazione al Ministro Franceschini (leggila qui). Il Ministero trovi le risorse per impedire questo scempio e restituisca alle suore la loro opera sociale, che dovrà poi trovare in città le sinergie di solidarietà perché non muoia una presenza cosi’ preziosa!

L’articolo dell’Unione Sarda

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Riforma Rai, in Sardegna centro di produzione per programmi in lingua inglese

La sede regionale della Rai di Cagliari diventi centro di produzione specializzato di programmi in lingua inglese con un focus particolare sulla promozione del Mediterraneo e dell’innovazione tecnologica.

Una proposta trasformata in atto concreto con un emendamento alla riforma della Rai sottoscritto da altri dieci parlamentari.

La Rai deve avere un canale interamente in inglese.

La nostra Sardegna deve aprirsi al mondo se vuole uscire dall’isolamento geografico e culturale. L’informazione locale non dovrà essere trascurata, ma la sede sarà potenziata e arricchita grazie a questo polo speciale capace anche di attrarre nuove professionalità sull’isola.

L’inglese è la lingua commerciale del mondo. Il servizio pubblico è obbligato a investire in maniera massiccia nella diffusione della conoscenza di questa lingua. Un canale Rai totalmente in inglese che non sia la trasmissione di semplici lezioni, ma che trasmetta programmi di approfondimento storico, culturale, politico di livello può essere la soluzione.

È solo un primo passo per una Rai e una Sardegna europea, capaci di competere con le proprie produzioni in tutto il mondo e indispensabile per aiutare gli italiani e i sardi ad uscire dalla provincia dell’impero.

Al Santissima Trinità di Cagliari l’angiografo da 1 milione di euro è inutilizzabile!

In questa sanità sarda che, pure ormai si regge soltanto sullo spirito di sopportazione e di sacrifico di chi ci lavora, la vicenda della Radiologia del SS.Trinità è comunque allucinante!
Nel febbraio del 2014 (più di un anno e mezzo fa!) è stata comprata una macchina di altissima tecnologia (un angiografo digitale), costata quasi un milione e mezzo di soldi pubblici, che permetterebbe alla ASL 8 di dare risposte di altissima qualità specialistica, oggi spesso assenti a Cagliari.
Invece, siamo all’assurdo -prosegue Vargiu- : i locali che dovrebbero accogliere la nuova macchina e la sala ibrida sono eternamente in preparazione (i lavori sembrerebbero peraltro incredibilmente fermi!) mentre la TC perfettamente funzionante che li occupava e’ ora “temporaneamente fuori servizio”, per cui tutto il carico del lavoro TAC e’ svolto dall’unica apparecchiatura funzionante, al Pronto Soccorso, ovviamente intasata da una mole di esami enorme!.
Nel frattempo l’azienda fornitrice dell’angiografo minaccia azioni legali per il danno subito e, sopratutto, i pazienti del SS. Trinità vivono disservizi straordinari e si vedono negate le prestazioni che solo la nuova macchina può eseguire.
Una situazione surreale, di spreco e di disservizio per cui e’ urgente l’intervento di vigilanza del Ministro della Salute, che sblocchi l’incredibile vicenda!
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Ricerca e tecnologia sono strategiche per la Sardegna: no all’accorpamento dell’Osservatorio Astronomico di Cagliari

In maniera unilaterale e senza alcuna concertazione, l’Istituto Nazionale di Astrofisica vuole accorpare l’Osservatorio Astronomico di Cagliari e l’Istituto di Radioastronomia di Bologna, costituendo così l’Osservatorio di Radio Astronomia. Una decisione inaccettabile che mortifica la ricerca sarda e il polo tecnologico di Cagliari. Per questo chiediamo l’intervento del MIUR, a cui abbiamo rivolto un’interrogazione (leggila qui).

Non possiamo far sparire nel nulla gli sforzi fatti negli anni dalle istituzioni sarde e la concreta speranza che gli investimenti in tecnologia e ricerca possano essere strategici per il futuro economico dell’isola. La Regione ha speso quasi 6 milioni di euro per costruire il Sardinia Radio Telescope, un radiotelescopio operativo dal 2013, il più avanzato in tutta Italia, un vero gioiello del Distretto Aero Spaziale della Sardegna.

Con consistenti impegni di spesa sono stati promossi progetti scientifici, finanziati percorsi di formazione. L’Istituto Nazionale di Astrofisica deve aprire il dialogo con l’Osservatorio Astronomico di Cagliari, guardando in faccia le eccellenze che ci lavorano e i traguardi raggiunti.

Ebola, guarito Stefano Marongiu, l’infermiere di Emergency. Sono orgoglioso di essere sardo e italiano!

Oggi c’è un motivo in più per essere orgogliosi di essere sardi e italiani: la guarigione dell’infermiere di Emergency è un successo della sanità italiana che ha saputo dare una risposta di livello internazionale all’emergenza.

Come tanti cittadini sardi e italiani, sono immensamente grato a Stefano Marongiu che ha combattuto sul campo il virus di Ebola, rischiando la propria vita in una battaglia globale. È grazie a tanti operatori come Stefano Marongiu che siamo riusciti ad arginare in Africa la malattia e a non farla arrivare in Italia.

I complimenti di istituzioni e cittadini vanno tutti al personale dell’ospedale Spallanzani che, lontano dagli allarmi, nel silenzio di chi lavora con serietà e professionalità, ha ancora una volta vinto un’altra delicata sfida.

L’esempio di Stefano Marongiu ci ricorda che ormai in un mondo globalizzato non esistono più ‘malattie degli altri’ e che l’Italia e la Sardegna non sono isole separate dal resto del mondo. Partecipare alle azioni internazionali di sicurezza sanitaria è dunque l’unico modo per poter continuare a vivere sereni e sicuri a casa nostra.

I Riformatori, da quasi vent’anni la forza del cambiamento. In Sardegna sventoliamo lo statuto, non la bandiera!

I Riformatori, da quasi vent’anni la forza del cambiamento. In Sardegna sventoliamo lo statuto, non la bandiera!

La mozione approvata oggi dalla Camera affida al governo qualche importante responsabilità per sbloccare alcune grandi opportunità di sviluppo. Chiaramente l’impegno di Roma non basta, la Sardegna ha tra le proprie mani uno strumento che ha utilizzato fin qui al 20% delle proprie possibilità, più per conservare che per cambiare. Lo statuto speciale dà ai sardi una leva molto più forte di qualsiasi referendum demagogico.

Se al posto della bandiera la politica sarda comincia a sventolare l’orgoglio per lo statuto e lo usa con intelligenza e apertura al mondo e all’innovazione, la Sardegna può giocarsi molte più chance per competere col resto d’Italia senza chiedere elemosine col cappello in mano.

I numeri sul disagio delle imprese, che vedono in testa la Sardegna e in coda il Trentino Alto Adige, ci dicono che forse la classe politica non ha sfruttato a dovere l’autonomia della propria regione. Un’autonomia che non è un’eredità del passato, ma una specialità legata all’insularità. Bisogna smettere di usare lo statuto come la coperta di Linus o un telo da mare. Dobbiamo considerarlo la piattaforma solida su cui costruire il nostro futuro!

DICHIARAZIONE DI VOTO SULLA MOZIONE SARDEGNA

Al voto dei parlamentari del mio gruppo io aggiungo quello della formazione regionale a cui appartengo, i Riformatori Liberali e ne approfitto per spiegarvi cosa sono in Sardegna i Riformatori Liberali.

In questa realtà che consuma velocemente la politica, i riformatori liberali sardi sono il secondo partito più antico della Sardegna dopo il partito sardo d’azione.

Hanno ormai vent’anni, sono nati a metà degli anni novanta, raccogliendo quel piccolo pezzo di società sarda che non si riconosceva nelle logiche assistenziali e clientelari di una regione meridionale atipica per la composizione sociale e per le problematiche derivanti, ma assolutamente tipica per l’atteggiamento della classe politica dirigente, tutta tesa a mantenere il controllo diffuso del consenso attraverso il presidio manu militari dei pozzi d’acqua, delle leve economiche e sociali che permettono la illimitata perpetuazione del Palazzo e dei suoi occupanti.

Dopo la caduta del muro di Berlino, la Sardegna degli anni novanta è stata uno degli ultimi paesi europei di socialismo reale, con un controllo pervasivo della politica sia sulle attività pubbliche, dirette da decine o forse centinaia di consigli di amministrazione rigorosamente nominati e guidati dalla politica, sia nelle attività cosiddette private che sono andate avanti soltanto qualora supportate da fiumi di contributi regionali “a fondo perduto”, sui quali ha grassato una vera e propria imprenditoria del malaffare, grossolana in tutto tranne che nelle tecniche per acchiappare soldi pubblici, un’imprenditoria fasulla come l’oro di Bologna la cui storia –a soldi spariti- è spesso terminata ingloriosamente davanti alle corti dei tribunali.
In questo contesto, in Sardegna si è persa la speranza. I sardi orgogliosi, in realtà sono diventati sardi servi, proni verso uno strisciante sistema di controllo delle coscienze e delle libertà individuali che proponeva maggior benessere apparente in modo facile, in cambio della rinuncia ad un pezzetto della propria libertà.

Questo sistema ha fondato dunque la fonte del proprio consenso sull’assistenza e sulla dilatabilità del debito pubblico, togliendo ai sardi ogni voglia di migliorarsi, di competere, di affinare cultura e capacità imprenditoriali, di investire insomma in quei talenti che oggi iniziamo a riconoscere fondanti per qualunque strategia competitiva che debba e possa garantire futuro a qualsiasi popolo.

Per vent’anni, i Riformatori Liberali hanno lavorato in Sardegna in questo contesto, cercando di dare voce ad un pezzetto minoritario della società sarda che aveva bisogno di più libertà e di meno assistenza perché voleva scommettere su sé stessa e non aspettare la solidarietà pelosa altrui.

Per vent’anni, i Riformatori Liberali sardi hanno combattuto per raccontare una storia e una prospettiva diversa da quella che raccontavano tutti: lo hanno fatto con le mille contraddizioni di chi ha comunque bisogno del consenso per mantenere viva la fiamma della propria idea, ma anche con l’orgoglio di chi ha piena consapevolezza che la libertà dal bisogno è la prima delle libertà di un popolo.

Lo abbiamo fatto spesso tra il fastidio e la derisione di un establishment politico che comprendeva perfettamente che il passaggio dalle logiche dell’assistenza a quelle della competizione e della valorizzazione delle capacità e del merito sarebbe stata anche la fine di buona parte del potere pervasivo della politica e della sua burocrazia. E lo abbiamo fatto sempre unendo la proposta alla protesta, pienamente consapevoli che il sistema si cambia sporcandosi le mani nella costruzione di nuove soluzioni e dunque anche sbagliando strada e avendo il coraggio di riconoscere i propri errori.

Lo abbiamo fatto quasi da soli nel maggio del 2012 con i dieci referendum di SARDEGNA SI CAMBIA che, ben prima di Renzi, hanno abolito le province di sessantamila abitanti che avevamo inventato in Sardegna, ben prima di Renzi hanno cancellato i consigli di amministrazione controllati dalla politica, inevitabile fonte di sprechi e di opacità di gestione, ben prima del Movimento cinque stelle hanno tagliato gli stipendi e il numero dei consiglieri regionali e i conseguenti costi della politica.

Oggi, nell’aderire convintamente alle mozioni in discussione, insieme a tutti i deputati del mio gruppo, ci poniamo una domanda scontata: ma sarà sufficiente una mozione approvata, o almeno sarà utile una mozione approvata a cambiare il progetto futuro e il destino della Sardegna?

La risposta negativa è ovvia e dire cose diverse farebbe torto all’intelligenza di ciascuno di noi.

Però non c’è dubbio che la discussione di questa mozione consente di riordinare i punti di partenza e di ribadire i punti di arrivo, consapevoli che la vera sfida sia quella di trovare gli strumenti adeguati:

1) La Sardegna è ancora oggi la regione italiana che più di tutte vive di assistenza. Secondo i dati ufficiali del sito sui conti pubblici territoriali, ogni anno la Sardegna riceve in modo diretto o indiretto cinque miliardi di euro dalla solidarietà nazionale.

2) La Sardegna è dunque il paradigma del dramma di tante altre regioni italiane che non riescono a trovare la strada verso l’autosufficienza economica che rappresenta la precondizione per la prima delle libertà di un popolo: la libertà dal bisogno.

3) In altre parole, più grossolane, ma chiare: la Sardegna ha fame e ha bisogno di lavoro per non morire.

4) L’autonomia speciale di cui la Sardegna ha goduto dal dopoguerra ad oggi non è stata sufficiente ad uscire da questa situazione di svantaggio pertanto “questa autonomia” non era lo strumento adeguato oppure è stata usata male. In entrambi i casi, oggettivamente va ripensata.

5) L’attuale dramma della Sardegna non è un dramma privato dei sardi: per chi –come noi – crede nell’unità del Paese, è un dramma dell’intera nazione e come tale va affrontato.

6) Per risolverlo, è difficile ipotizzare il riuso degli strumenti classici. I Piani di rinascita, la Cassa del Mezzogiorno, le formidabili iniezioni di denaro pubblico e di sussidi hanno sortito un effetto tampone, che ha temporaneamente migliorato la siccità portando l’acqua. Ma è chiaro che –in assenza di sviluppo endogeno- la sete ritorna non appena spariscono le autobotti del denaro pubblico.

7) La sfida da condurre insieme –Stato e Regione, sardi e continentali- non può che essere quella di investire su identità, talenti e competenze peculiari della nostra Isola, sviluppando imprenditorialità, fantasia, senso della cooperazione, investendo in istruzione, in cultura del merito e della competizione sana.

8) Paradossalmente, la prima industria che serve alla Sardegna è una scuola di alta qualità, un’università di livello europeo. Abbiamo bisogno di sardi che escano dalla cultura delle ovvietà da bar e prendano in mano la scommessa delle proprie scelte e del proprio destino, abbandonando la suggestione in passato mortale e oggi surreale dell’assistenzialismo statale che risolve tutti i problemi e interpretando la sfida globale che cambia il valore degli asset e valorizza i vantaggi competitivi e le diversità.

In conclusione, l’assistenza, di cui purtroppo abbiamo ancora bisogno, ci accompagna in un’agonia senza speranza, ma per vivere i sardi e la Sardegna hanno bisogno di competere con il mondo. Forse noi non l’abbiamo ancora capito bene e non siamo ancora pronti: è per andare più veloci in questa direzione che chiediamo l’aiuto del nostro Paese.

In Sardegna il disagio delle imprese più alto d’Italia, stop burocrazia e assistenzialismo!

L’indagine di Fondazione Impresa consegna alla Sardegna l’ennesima maglia nera dell’economia, certificando le peggiori condizioni italiane per sviluppare un’attivita’ di impresa.

A fronte di una media italiana di disagio imprenditoriale pari a 54,2, la Sardegna raggiunge un poco invidiabile indice di 68,5, posizionandosi davanti alla Sicilia (63,7) e alla Calabria (61,7). Lontanissima dalla migliore regione, il Trentino, che ha un indicatore pari a 27,6.

Rispetto alla studio dell’anno scorso, la Sardegna retrocede di ben cinque posizioni ed ha il primato negativo in otto indicatori su dodici utilizzati per l’analisi.

E’ evidente che questi numeri bocciano le infrastrutture sarde, la nostra burocrazia e le nostre regole, il nostro accesso al credito.
E sono lo scontato corollario della generale mancanza di lavoro e della disoccupazione giovanile in particolare, che in Sardegna viaggia ormai intorno al 50%, con un numero sempre piu’ elevato di giovani che non studiano (la dispersione e’ oltre il 25%), non lavorano e hanno persino rinunciato a cercare lavoro.
In Sardegna c’e’ fame.
E’ urgente ragionare su cambiamento e innovazione, sapendo che il vecchio modello assistenziale non solo non basta piu’, ma e’ un modello sbagliato, che ha fallito e priva i sardi di ogni capacita’ di competere e di sfruttare i propri talenti e le proprie capacita’.

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Caro Ministro Martina, la battaglia per l’ippica sarda non finisce qui!

Di fronte alla tutela di un settore come l’ippica, risorsa preziosa e unica per lo sviluppo economico sardo, non c’è maggioranza od opposizione che tenga.

La netta e burocratica chiusura del ministro Martina non ignora soltanto le richieste di allevatori e proprietari di cavalli in Sardegna che vogliono valorizzare il cavallo anglo-arabo sardo e difenderlo dall’estinzione, ma nega a tutta la Sardegna la gestione di un’opportunità coerente con le radici identitarie dell’isola.

Non può finire così: cercherò di coinvolgere gli altri deputati sardi nella firma di una mozione che richiami il governo al suo dovere di lavorare per scongiurare il rischio di far scomparire un comparto che, già fortemente ridimensionato dal taglio dei fondi, rappresenta per tutti i sardi un marchio d’eccellenza straordinario.

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Questa è la risposta del ministro Martina alla nostra interrogazione che chiedeva una governance sarda per la gestione del libro genealogico del cavallo anglo-arabo.

 
AGRICOLTURA. MARTINA STOPPA VARGIU SUL CAVALLO ANGLO-ARABO

“COSTI ECCESSIVI PER TENUTA LIBRO GENEALOGICO IN SARDEGNA” (DIRE) Cagliari, 13 mag. – “Il tentativo di separare la gestione del libro genealogico del cavallo anglo-arabo dalla gestione degli altri libri genealogici, si porrebbe in contrasto con una corretta gestione delle economie di scala, conducendo inevitabilmente ad un aggravio burocratico e aumenti di costo per gli allevatori”. Risponde cosi’ il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina, all’interrogazione del deputato dei Riformatori Pierpaolo Vargiu che aveva chiesto al Governo di “ricondurre ad una ‘governance’ sarda la gestione del libro genealogico del cavallo anglo-arabo, mediante l’affidamento della tenuta del libro genealogico alla competente associazione nazionale della razza e la relativa concessione della banca dati”. Secondo il deputato sardo l’Anacaad, “l’unica associazione di allevatori di cavalli anglo-arabi e derivati che ha sede in Sardegna, dove e’ presente la quasi totalita’ dell’allevamento dell’anglo-arabo, e’ in possesso di tutti i requisiti previsti dalle norme nazionali e comunitarie vigenti per la tenuta del libro genealogico” mentre “negli ultimi dieci anni, la gestione dell’anglo-arabo da parte dell’ente affidatario del libro si e’ rivelata insufficiente e inadeguata rispetto alle reali esigenze dell’allevamento”.

Nella sua risposta il Ministro chiarisce come “il decremento numerico della razza anglo-araba, cui fa riferimento l’interrogazione, non possa essere ricondotto ad una presunta carenza di politica selettiva da parte del Ministero, bensi’ alla piu’ generale crisi che ha colpito il comparto ippico. Riguardo al presunto ‘utilizzo indiscriminato’ delle migliori linee della razza anglo-araba per la produzione di soggetti di razza da sella italiana finalizzati quasi esclusivamente al salto degli ostacoli- conclude Martina- rilevo come queste attivita’ non possano che essere rimesse alla libera iniziativa degli allevatori”. (Api/ Dire) 13:31 13-05-15 NNNN

Mozione Sardegna, basta con l’assistenzialismo!

Folle è pensare che facendo sempre le stesse cose si ottengano risultati diversi.

La Sardegna deve dire basta con l’assistenza! Basta con i pesci con cui siamo stati tenuti in schiavitù e in servitù e non abbiamo mai imparato a pescare perché qualcuno ha preferito tenerci servi!

L’assistenza serve per non morire, ma oggi la Sardegna e i sardi vogliono vivere e cambiare.

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IL TESTO DELL’INTERVENTO COMPLETO

Colleghi parlamentari, rappresentanti del Governo, anche se condivido una parte del ragionamento del collega Michele Piras, a cui non piacciono i numeri – anche a me non piacciono particolarmente i numeri –, qualche numero, che è stato nel sentire comune della maggior parte dei colleghi che sono intervenuti, è utile ricordarlo. È utile ricordare che il nostro Paese, l’Italia, è in recessione dal 2007 e che questo ha comportato una contrazione del prodotto interno lordo italiano, calcolato in modo diverso, tra il 13 e il 15 per cento. Questo è il contesto in cui stiamo discutendo oggi la mozione che riguarda il presente e – io spero – anche il futuro della Sardegna.
E quali sono i numeri della Sardegna ? Li hanno ricordati i colleghi, io credo di volerne usare soltanto due: il 54 per cento di disoccupazione giovanile e il 25 per cento di dispersione scolastica. Sono due numeri legati l’uno con l’altro. Aggiungo altre due riflessioni: il peggior residuo fiscale negativo d’Italia, cioè la maggior differenza tra ciò che viene prodotto e ciò che lo Stato manda per assistere, e, conseguentemente, uno dei più importanti disavanzi nei conti pubblici territoriali. La Sardegna ogni anno prende 5 miliardi di euro dallo Stato per poter sopravvivere.
Bene, un cimitero. Quello che va detto – e va detto con serenità, ma con sostanziale appropriatezza di termini – è che oggi la Sardegna è un cimitero e che la classe dirigente della Sardegna, di cui la politica ovviamente è parte importante, rischia di fare il guardiano del cimitero. Quali sono i guardiani che la Sardegna manda in questo Parlamento ? Io credo che ricordare anche i numeri dei parlamentari espressi dalla Sardegna ci aiuta: alla Camera 18 parlamentari su 630, al Senato 8 parlamentari su 315.

Anche la dimensione della rappresentanza dei sardi, qualora ci fosse un’unità nel rappresentare i problemi e nel chiedere le soluzioni da parte dei parlamentari sardi, dà l’idea di quanta poca cosa numericamente siamo. E il numero delle mozioni presentate e anche la nostra difficoltà a scrivere un’unica mozione, sullo stimolo che il collega Capelli ha dato, dà l’idea di quanto ognuno di noi, come dice Settimo Nizzi, la pensi a modo suo: «chentu concas, chentu berrittas». E anche il fatto che io lo pronunci in modo diverso da come lo ha pronunciato Settimo Nizzi dimostra quanto sia difficile trovare in Sardegna un’unità.

Allora, ha ragione Capelli: il problema non è un problema sardo, è un problema italiano. Infatti, che la classe dirigente oggi presente in Sardegna oggi non ce la faccia è certificato, è sotto gli occhi di tutti. Devo dire che anche la sensibilità e la percezione che di questo problema si ha in Sardegna ci aiuta a riflettere.

Il collega Piras ha citato alcuni esempi. Io voglio citare una percezione diffusissima in Sardegna. Se voi volete farvi amico un sardo, ripetetegli una cosa che lui pensa: sei seduto, voi sardi siete seduti su una miniera d’oro e non la sfruttate. Io chiedo ai pochi colleghi parlamentari sardi presenti in Aula quante volte abbiano sentito dire questa roba. Voi sardi siete seduti su una miniera d’oro e non la sfruttate. Cosa fanno i sardi ? I sardi pensano: siccome noi siamo i migliori del mondo – perché i sardi sono un po’ autoreferenziali –, allora c’è qualcuno che ci impedisce di sfruttare la miniera d’oro. E nasce l’idea che ci sia qualcuno che impedisce alla Sardegna di poter sfruttare le sue immense potenzialità.

Io non credo che siano immense le potenzialità della Sardegna. Io credo che siano poche e, purtroppo, non sfruttate. E, purtroppo, nella testa dei sardi c’è che spesso c’è qualcuno che ci impedisce di sfruttarla. Noi sardi siamo dei grandi difensori dell’ambiente, teniamo moltissimo al nostro ambiente. Bene, voi fatevi un giro delle strade statali e provinciali della Sardegna e controllate lo stato delle cunette della Sardegna; controllate se per caso in quelle cunette ci sono delle vere e proprie discariche a cielo aperto e poi chiedetevi se sono i sardi o qualcuno che viene da fuori, che ci impedisce di sfruttare la miniera d’oro e che ci sporca le cunette, a creare quel disastro.

Ecco, uno dei nostri limiti è che spesso andiamo a cercare fuori colpe che sono nostre. Però vi devo dire che, in realtà, qualche colpa fuori, tutto sommato c’è, ed è la conclusione del ragionamento che io faccio interogandomi anche sul rito di quest’Aula. È un rito in cui noi stiamo illustrando una mozione che secondo ciascuno di noi è importantissima per la Sardegna, con il solito meccanismo di quest’Aula, cioè di un’Aula semivuota, con pochi deputati.

Secondo me, però, ha un senso ugualmente esserci ed ha un senso esserci con passione, dicendo – e io lo dico con chiarezza, anche sulla mozione di cui sono sottoscrittore e potrei essere sottoscrittore di tutte le mozioni – che non vorrei che le mozioni fossero una lista della spesa; non vorrei che le mozioni fossero l’ennesima enunciazione dei tantissimi problemi che noi abbiamo in Sardegna e l’ennesima enunciazione di impegni del Governo. Povero Governo: se potesse davvero risolvere i problemi che noi enunciamo, forse farebbe anche qualcosa per risolverli.

La nostra sensazione è che se anche lo impegniamo e se anche il Governo dà un parere positivo a tutti i nostri impegni, se non li ha risolti sinora, forse non è perché non esaminato la mozione in Aula, ma forse ci sono altri problemi.

Ecco, allora io credo che il tema sia uno solo ed è risuonato in quest’Aula e, cioè, noi sardi non abbiamo più l’idea, se mai l’abbiamo fatto, di andare in giro con il cappello dell’elemosina.

Non ci appartiene; non ci appartiene per dignità; non ci appartiene per cultura; non ci appartiene per orgoglio. Noi sardi, però, ci ricordiamo di una cosa, di un detto di Einstein, secondo cui folle è pensare che facendo sempre le stesse cose si ottengano risultati diversi.

Ecco, allora il nostro ragionamento alla fine è questo: la Sardegna deve dire basta con l’assistenza; basta con i pesci con cui siamo stati tenuti in schiavitù e in servitù e non abbiamo mai imparato a pescare perché qualcuno ha preferito tenerci servi. Ecco, tra la Sardegna e l’Italia oggi ci vuole un confronto alla pari sui diritti e sui doveri di cittadinanza dei sardi che devono essere uguali rispetto a quelli di tutti gli altri cittadini italiani. L’assistenza serve per non morire, ma oggi la Sardegna e i sardi, Presidente, vogliono vivere e vogliono cambiare.

Riportiamo in Sardegna il Giro d’Italia!

Da otto anni il Giro d’Italia non passa dalla Sardegna. Dal 2008 in poi il tracciato della competizione ciclistica che tutta Italia ama ha legittimamente attraversato i confini nazionali andando in Danimarca, Olanda, Austria, ma non ha toccato la nostra isola.

Scriverò al Presidente della Regione Pigliaru e al Presidente dell’ANCI Sardegna Piersandro Scano perché si attivino concretamente per riportare il Giro sull’isola: è un evento sportivo e culturale che appartiene anche ai sardi che tutti insieme da domani tiferanno uniti per Fabio Aru.

Oggi abbiamo presentato il progetto “Il Giro d’Italia anche in Sardegna” presso la sede regionale del Coni con il Presidente del CONI Sardegna, Gianfranco Fara, e il Presidente Regionale della FederCiclismo, Salvatore Meloni..

Sappiamo che troppo spesso le richieste per ospitare il Giro sono avanzate da privati e non dalle amministrazioni locali. La Sardegna esca dall’angolo e dimostri di saper promuovere un’iniziativa ad alto impatto economico attraverso una solida e concreta collaborazione tra istituzioni.

Il Giro d’Italia rappresenta un’importante occasione di promozione turistico-culturale internazionale, un’opportunità di crescita economica con ricadute positive su un’adeguata infrastruttura stradale.

Dopo aver consultato diversi esperti del settore, i Riformatori hanno poi messo in campo un vero e proprio tragitto che percorre in tre tappe la Sardegna, da Quartu a Olbia. Si comincia con una cronometro a squadre di circa 25 km, un circuito cittadino che parte da Quartu e arriva a Cagliari nella centrale via Roma attraversando il Poetto, viale Regina Elena, viale San Vincenzo e l’università.

La seconda tappa, invece, prende simbolicamente il via dalla zona industriale di Sarroch e si distende per 214,5 km fino a Cabras, patria dei Giganti di Mont’e Prama, percorrendo la SS 195 Sulcitana e la SS 126 e passando per almeno 20 comuni tra cui Pula, Teulada, Carbonia, Iglesias, Fluminimaggiore, Guspini, Terralba e Oristano.

Infine, saranno il sassarese e la Gallura il palcoscenico della terza e ultima tappa sarda (164 km) con partenza da Sassari e arrivo finale a Olbia. Il percorso coinvolgerà la SS 200, la SP 90 e la SS 125 e oltre 25 comuni tra cui Sorso, Badesi, Santa Teresa Gallura, Palau e Arzachena.

Eventi ciclistici paralleli al Giro, secondo il progetto, si terranno ad Alghero e Nuoro con bike night che coinvolgeranno ciclisti e cicloamatori sardi in vere e proprie pedalate notturne che riaccenderanno le città con la formula della “notte bianca”. Saranno valorizzati e potenziati i percorsi cicloturistici presenti nell’isola e saranno promossi eventi per la sensibilizzazione dell’uso della bicicletta come mezzo di trasporto per una mobilità ecosostenibile.

Abbiamo pensato a un percorso che potesse mettere in vetrina le eccellenze sarde come i Giganti e le nostre coste, valorizzando anche i nostri aeroporti. Quest’anno sono più di 160 i Paesi del mondo collegati con questa storica manifestazione. In Veneto, inoltre, si calcola che le tre tappe che toccheranno il Vicentino in questa edizione del Giro porteranno un indotto tra i 2,5 e i 3 milioni di euro. I sardi sapranno fare di meglio.

Si parla tanto di continuità territoriale in Sardegna, una situazione speciale vissuta come un dramma dai sardi. Il progetto ‘Giro d’Italia anche in Sardegna’ va proprio in questa direzione: migliori infrastrutture e connessioni non solo stradali, ma anche tecnologiche, facendo capire all’Italia e al mondo che ci siamo anche noi nella partita della crescita economica per dividere insieme ricchezza e non miseria.

 

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